Haraway in loop

Viaggiare non introdurre

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Jean Painlevé, The Sea Horse (1934) – 35mm film, b&w/sound, 16’

Confessions of a cyber girl
The kingpin of the Matrix world
It’s a war and I’m winnin’
Let me live the life I did in the beginning
Princess Nokia, Cybiko, 2014


Ho messo il dito sulla mappa pronta a partire
so che di strada ce ne è tanta prima di dormire
e in ogni testo promesse da mantenere
ogni mio passo sono miglia e si può cadere
Colle der Fomento feat. Kaos, Miglia e promesse, 2018

Intro in loop: Haraway tra e sugli schermi

Sullo schermo del laptop Haraway appare in camice bianco, fuma una sigaretta dopo l’altra, scruta dieci diversi display circondata da ginoidi, sessoidi e cyborg obsolete, manomesse, malfunzionanti. La quantità di informazioni che le giungono dai pc e i/le robot che affollano la stanza producono un certo elettronico rumore di fondo, sul quale le voci di Togusa e Batou dovranno quasi imporsi. Haraway li rifiuta, subito: «può venire tutta la polizia del pianeta, quest’indagine è mia». Vuole difendere una sessoide, una ginoide da compagnia che stava tentando di suicidarsi, dopo aver ucciso tre persone, quando l’agente Batou le ha sparato. Haraway è irritata, non le importa molto di quante persone la ginoide abbia ucciso, lei avrebbe potuto ripararla, se solo il proiettile usato fosse stato diverso. Gli agenti invece sono allibiti. Non si spiegano come sia possibile che una cyborg tenti il suicidio. Semplicemente, risponde Haraway, anche i malfunzionamenti generano una loro logica. E la logica conseguenza del malfunzionamento è in questo caso la liberazione dal “codice morale 3”. Togusa lo ripete, si stringe nel cappotto forse cercando di comprendere la portata del messaggio di Haraway: le/i cyborg possono anche sottrarsi all’obbligo di «preservare la loro esistenza senza infliggere danno agli umani». E tuttavia non è convito, chiede: «non sarebbe più appropriato chiamarla auto-distruzione?». Haraway accende un’altra sigaretta e risponde «soltanto se presupponiamo che le differenze tra umani e macchine siano ovvie». Fa freddo in quel laboratorio e i respiri dei personaggi si toccano con mano, dietro i loro corpi si muovono, fluidi, occhi e bracci biomeccanici. Haraway continua assertiva: «gli umani non sono robot, ma possono diventarlo». Poi ribalta la situazione. Gli agenti, presumibilmente gli addetti alle domande, si trovano in balia dei suoi interrogativi: «come mai gli umani sono così ossessionati dal ricreare loro stessi?».

Togusa e Batou stanno indagando sulla Locus Solus, una multinazionale accusata di rapire ragazze per duplicare la loro anima e umanizzare così le sessoidi destinate al mercato. Haraway incalza a ragione: Chi volete salvare? Come tracciate il confine tra chi è degno della vita e chi non lo è? E perché sacrificare proprio coloro che abbiamo creato così simili a noi? Durante il suo monologo Batou si allontana, Togusa la fissa spaventato, Haraway capisce dal suo sguardo che deve cambiare terreno per essere seguita e chiede direttamente: «lei ha figli?». Togusa risponde di si e la nostra artigiana di cyborg – mentre accende l’ultima sigaretta da quella che non ha ancora spento – si spiega definitivamente meglio: «crescere figli è il modo più semplice per capire e realizzare il sogno antico della vita artificiale, o almeno questa è la mia ipotesi»1.

In questa densissima sequenza, puzzle di citazioni da sciogliere guardandola in loop, il regista Mamoru Oshii incastona Donna Haraway. Il suo anime fantascientifico, Ghost in the Shell 2: Innocence, è la nostra scorciatoia, o meglio ancora il medium per attraversare i paesaggi mentali e terreni che Haraway traccia nel saggio qui tradotto, Le promesse dei mostri. L’intero anime fantascientifico potrebbe guidarci attraverso le figurazioni di Haraway, popolato come è da creature mostruose, specie da compagnia mai nate, andro/ginoidi e altre/i inappropriate/i.

Dobbiamo prima di tutto smettere di «ridurre gli altri attori a risorse – a mero terreno e matrice», elaborando nuove modalità per «relazionarsi al resto del mondo» 

Nel dialogo tra Togusa e Haraway è possibile cogliere un’allusione alle tre leggi della robotica (il “codice morale 3”). Per Togusa è inspiegabile la loro mancata applicazione, Haraway sembra invece pronta da sempre a questo potenziale di sovversione latente tra le/i cyborg. Come per la bianconiglia che stiamo per incontrare, nessuna legge proiettata dall’Uomo sulle creature mostruose può aspettarsi piena efficacia. Difficile assumere che le tre leggi della robotica informino l’immaginario teratologico di Haraway, che piuttosto le lavora dall’interno fino a rivoltarle contro l’artefice, fino a schierarle dalla parte degli artefatti: «le ginoidi possono sottrarsi dall’obbligo di…». Lo sbirro inorridisce, ribatte: «di cosa diavolo stai parlando?». Ed è facile spiegare lo spavento sul suo volto, perché Haraway ha aperto la voragine. A rispondere a Togusa è ora la Haraway de Le promesse dei mostri: «I poteri della dominazione a volte falliscono nei loro progetti di assoggettamento». Le creature mostruose promettono: «possiamo lavorare per far aumentare i tassi di fallimento». Se noi, attrici/ori umane/i, desideriamo altrettanto, dobbiamo prima di tutto smettere di «ridurre gli altri attori a risorse – a mero terreno e matrice», elaborando nuove modalità per «relazionarsi al resto del mondo». La messa in discussione del Soggetto è l’operazione preliminare al viaggio. Come a dire, inutile partire appesantite da strumenti né utili né dilettevoli. Le tre leggi della Robotica non sono mai servite a Haraway e non serviranno a noi perché presuppongono un’identità autoreferenziale. Asimov è l’autore, il soggetto che ha al contempo accesso al pubblico linguaggio e al pubblico lettore, è lo scrittore che parla per altre/i e che impone il suo codice di codifica e decodifica del reale. Asimov è la fantascienza che Haraway ci invita a riscrivere, quella che ci irrita tanto quanto affascina. Asimov come Hegel, la sua si direbbe forse Fenomenologia del Ghost. L’atto dell’auto-proclamarsi capace di “parlare per” equivale a quello di auto-eleggersi a “decidere per”. È per questo che occorre tradire, seguire Haraway in questo saggio/viaggio e riscrivere la nostra fantascienza preferita. Partiamo dunque, tenendo bene a mente quanto abbiamo imparato da Ghost in the Shell: l’alterità inappropriata/bile, come le ginoidi, non è obbligata a rispettare alcuna legge scritta dall’uomo per sé stesso. Partiamo riscrivendo le tre leggi di Asimov, traduciamole nella lingua coniata da Haraway ne Le promesse dei mostri, fino a farle diventare uno scioglilingua, fino a radicarle nei nostri corpi, situarle nella rete di relazioni e nello spazio densamente popolato che attraversiamo:

  1. Le/gli umane/i sono esseri non auto-sufficienti, formati da una collettività complessa e articolata, che non devono arrecar danno all’alterità inappropriata/ibile, a tutte le forme di vita organiche, artificiali, più o meno o non-umane, né possono permettere che a causa del proprio mancato intervento l’alterità inappropriata/ibile riceva danno.
  1. Le/gli umane/i devono obbedire agli ordini impartiti dalla medesima collettività complessa e articolata che li informa, composta da entità biomeccaniche, microbi, virus, circuiti elettrici, primati, specie da compagnia, piante selvatiche e cyborg, tranne quando tali ordini contrastino con la prima legge.
  1. Le/gli umane/i non devono preservare né riprodurre a tutti i costi la loro esistenza, quando questo contrasta con la prima legge.

La legge Zero, che sottende Le promesse dei mostri, suona più o meno così:

  1. Le/gli umane/i devono lottare per la sopravvivenza dell’intera Terra, perché è in essa che sono radicate/i, assieme a tutte le forme di vita organiche, artificiali, più o meno o non-umane, cyborg, creature altre, mostruose e inappropriate/ibili.

La legge Zero è la bussola, senza di essa non ci si orienta, perché questo è davvero un vi(s)aggio, l’escursione di un’attivista col cervello sempre in moto che non riesce a smettere di entrare e uscire dalle lotte per la sopravvivenza della terra, quel pianeta che brulica di forme di vita cangianti e altamente differenti che pure, nell’orizzonte di Haraway, possono trovare il modo di articolarsi, vale a dire di co-abitare co-costituendosi, di stringere relazioni liberatorie e non rapporti di dominazione, di aggregarsi in coalizioni orizzontali e trasversali basate su affinità/fiducia e non di distribuirsi lungo le linee gerarchiche di classe/sesso/specie/razza. Che salti ogni binario, il viaggio di Haraway procede a zig zag: altamente probabile finire in spazi ad alta conflittualità grazie alla bussola/legge Zero. Mettiamoci del nostro. Aggiungiamo le nostre lotte a quelle riportate da Haraway.

Un lavoro necessario, secondo Haraway, quello di «ricollocare e diffrangere i significati incarnati», che si rivela politica culturale e tecnoscienza politica «cruciale per generare un mondo nuovo» 

Usiamo il navigatore (e le stelle!) per trovare altri luoghi in cui ri/ambientare le nostre saghe fantascientifiche, troviamo una non-fine alternativa a Interstellar2 L’attivista femminista in me si è nutrita della geniale performance del collettivo di cui Haraway faceva parte, le Surrogate Others, e si è felicemente ritrovata a usare, insieme alla collettiva La Mala Educación, la pratica della messa in scena per rivendicare diritto alla salute e autodeterminazione sessuale e riproduttiva. E quante discussioni, in vista dello sciopero transfemminista globale dell’otto marzo, organizzato da Non Una di Meno, hanno avuto a tema scopi, modalità, tempi e spazi delle nostre azioni simboliche? Un lavoro necessario, secondo Haraway, quello di «ricollocare e diffrangere i significati incarnati», che si rivela politica culturale e tecnoscienza politica «cruciale per generare un mondo nuovo».

Viaggiare, non introdurre

La traduttrice si è persa tra testo e scaffali, inseguendo le collezioni Urania custodite in Archivio dalla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna. La lettrice ha messo in borsa Asimov, ghignando. E se in me c’era qualcosa di simile a un intento didattico è scomparso a traduzione ultimata. Non c’è bisogno che introduca questo saggio, voi saprete usarlo. Non rimarrà deluso/a chi era in cerca di un’introduzione al pensiero di Haraway. Nel 1995 Rosi Braidotti ha brillantemente riassunto il suo contributo alla filosofia e alla storia della scienza per il Manifesto Cyborg, nel 2005 Liana Borghi ci ha re-introdotte alla sua opera da una diversa angolazione, più intima e discorsiva, tenendo il passo con i mutamenti intercorsi nel suo pensiero negli anni che distanziano il Manifesto Cyborg da Testimone_Modesta@FemaleMan©_incontra_OncoTopoTM. Cronologicamente collocato a metà strada tra il 1985 (l’anno della prima versione inglese del Manifesto3) e il 1997 (anno di pubblicazione in inglese di Testimone_Modesta) Le promesse dei mostri4 mi esorta a tradurre e tradire, a partire senza introdurre, a giocare con i classici della sci-fi, cosciente che le leggi dell’alterità inappropriata/bile sono un fake, un falso orgogliosamente non d’autore. Aprire nuovi immaginari fantascientifici è attività vitale, dopo Haraway impresa sostenuta da molte/i altre/i. Jasanoff e Kim le fanno eco da un domani non troppo lontano: «gli immaginari socio-tecnologici sono visioni costruite e performate collettivamente di futuri desiderabili (2015, 19)». Perché la crisi climatica/ambientale/economica/politica – ubiqua, persistente, sistemica – è sempre crisi di immaginazione. E allora l’invito rimbalza da Spinoza a Haraway, viaggia su bocca e per mano di Deleuze&Guattari/Braidotti/Negri5, per trovare brillante formulazione in Jasanoff e Kim: «la svolta verso l’immaginazione, con l’accento posto sul potenziale creativo di scienza e tecnologia, rende possibile progettare futuri alternativi (2015, 339)».

Sui nostri schermi si susseguono fotogrammi di catastrofi climatiche, devastazioni ambientali, estinzioni di massa di piante e animali, invasioni di alieni e creature mostruose che minacciano – ancora una volta – la sopravvivenza della specie umana 

Eppure gli immaginari socio-tecnologici sono sempre contingenti, appartengono a cornici spazio-temporali specifiche, sono informati tanto da ossessioni e paure, quanto da fantasie e aspirazioni. Dunque occorre chiedersi: perché oggi le distopie abbondano, perché le utopie vengono screditate? Sui nostri schermi si susseguono fotogrammi di catastrofi climatiche, devastazioni ambientali, estinzioni di massa di piante e animali, invasioni di alieni e creature mostruose che minacciano – ancora una volta – la sopravvivenza della specie umana. Le immagini della morte dell’uomo e della natura sembrano prendere il sopravvento nelle narrazioni mediatiche dell’era biotecnologica. La sola Netflix conta più di un centinaio di serie distopiche. Innumerevoli, inoltre, sono i film che hanno per oggetto la terraformazione, l’esodo antropologico verso lo spazio, ma anche la rinascita della vita sulla terra grazie alle nanotecnologie. Si vedano ad esempio Transcendence di Pfister e Interstellar di Nolan, entrambi del 2014. In ogni caso siamo fuori tempo massimo, l’intervento soterologico last minute è affidato al super-eroe, che possibilmente sarà al contempo, come Tony Stark, brillante scienziato, affascinante seduttore e multimiliardario leader dell’industria bellica6. Ma il 2019 è l’anno di Blade Runner, e noi, abitanti della Seconda decade del Terzo Millennio, viviamo i giorni della clonazione, dell’ingegneria genetica e della riproduzione assistita: tocca chiedersi se siamo ancora spaventate/i da Nexus 6.

Difficile dare torto alla Haraway che scriveva già in Manifesto cyborg «il confine tra fantascienza e realtà sociale è un’illusione ottica» 

Nei prodotti visuali/virtuali della cultura pop l’avvento delle nuove tecnologie riproduttive e genetiche è stato raffigurato attraverso immagini post-naturali e corpi post-umani (la saga di Alien valga ad esempio). Ed eccoci al Day After, il futuro è sempre una città devastata con macerie a tutto campo, una landa desolata con tracce di umanità in frantumi sullo sfondo, solo che fatichiamo a distinguere la causa dello scoramento: abbiamo appena terminato la visione di X-Men The Last Stand7 o la lettura dei report della conferenza di Katowice sul clima8? Abbiamo finito l’acqua, i combustibili fossili sono esauriti, le centrali nucleari esplodono, le estrazioni di gas provocano spostamenti delle zolle terrestri, l’aria è irrespirabile, le risorse alimentari sono insufficienti9… Difficile dare torto alla Haraway che scriveva già in Manifesto cyborg «il confine tra fantascienza e realtà sociale è un’illusione ottica» (2018, 40). Su quest’illusione ottica, otto anni dopo la scrittura del Manifesto cyborg, torna a insistere la Haraway de Le promesse dei mostri, sul finire di un secolo che della vista ha fatto il suo senso prediletto. E non potremmo smentirla noi, abitanti di una Westworld10 in cui sei visto e vedi sempre e al contempo, circondati da telecamere che ci registrano e schermi che ci proiettano, con le dita sulle tastiere pronti a condividere le foto dei nostri cuccioli da compagnia. Haraway sceglie proprio di partire interrogando i dispositivi di osservazione/visualizzazione, mossa iniziale e fondamentale soprattutto oggi che tali dispositivi sembrano avere la funzione precipua di individualizzare/atomizzare/isolare: I-tech più che high-tech. Guardiamo noi stesse/i riflesse/i in mille specchi virtuali (do we like it?) spesso dimentiche/i del monito di Haraway: la vista è anche il senso deputato a realizzare le fantasie dei fallocratici. E mentre ci auto-scattiamo con alle spalle un parco naturalistico incantevole e arduo a raggiungersi – nel caso della sottoscritta il Teide a Tenerife – ci chiediamo perché respiriamo solo in vacanza, perché chiamiamo smart le nostre città asfittiche produttrici di polveri sottili, che cosa conta come natura. L’attualità di questo saggio irrompe nella nostra quotidianità. Lo spot di Booking che recita “prenota la tua prossima storia!” materializza qui e ora le parole di Haraway: «Gli sforzi per viaggiare all’interno della natura sono diventati escursioni turistiche che ricordano agli/alle esploratori/trici il prezzo di tale dislocamento: paghiamo per vedere i riflessi deformati di noi stessi/e»11.

Occorre una teoria delle funzioni ottiche che non demonizzi il selfie, ma che scalfisca il suo portato di chiusura narcisistico-egoistica. Una teoria che è possibile rivenire tra le pagine de Le promesse dei mostri e che, modestamente, ha «effetti in termini di connessione, materializzazione e responsabilità nei confronti di un altrove immaginato che potremmo ancora imparare a scorgere e costruire qui». Intorno a noi c’è tutto un mondo favolosamente impossibile da far sopravvivere immortalandolo nella prossima storia (con buona pace di Booking e Insta), un mondo che Haraway intravede «nei colori del rosso, del verde e dell’ultravioletto, cioè, nelle prospettive di un socialismo ancora possibile, di un ambientalismo femminista-antirazzista e di una scienza a beneficio delle persone».

[…]

Dall’introduzione all’edizione italiana del libro di Donna Haraway, Le promesse dei mostri. Una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata (DeriveApprodi, 2019). 

Note   [ + ]

1.Il dialogo tra Togusa e Haraway qui riportato è tratto da Ghost in the Shell 2: Innocence di Mamoru Oshii del 2004.
2.Interstellar è un film fantascientifico del 2014, regia di Christopher Nolan, vincitore dell’Oscar 2015 per i migliori effetti speciali, realizzato con la supervisione scientifica del fisico teorico Caltech Kip Thorne.
3.La prima versione di A Cyborg Manifesto esce per «Socialist Review» (n. 80) nel 1985, poi Haraway lo includerà in Simians, Cyborgs and Women pubblicato nel 1991 per la casa editrice Routledge.
4.Le promesse dei mostri, pubblicato con il titolo inglese The Promises of Monsters: A Regenerative Politics for Inappropriate/d Others, esce nel 1992 nell’Antologia Cultural Studies, curata per Routledge da L. Grossberg, C. Nelson, P. A. Treichler.
5.Per Braidotti (2008, 2017), Deleuze (2007) e Negri (1995) in Spinoza il desiderio umano è capace, grazie alla potenza costitutiva dell’immaginazione, di alterare lo stato e l’ordine sociale immettendovi l’anomalia e aprendo a diversi futuri possibili. Braidotti (2017, 65) scrive: «Trarre energia dalla pensabilità del futuro significa cercare di capire in che misura i nostri desideri sono sostenibili, fino a che punto permettono le condizioni di pensabilità del futuro stesso. […] Non c’è in ballo un atto di fede, ma una trasposizione attiva, una profonda trasformazione, un cambiamento di cultura simile a una mutazione genetica, ma registrato anche a livello etico. In questo progetto, cyborg e soggetti nomadi sono specie da compagnia che persistono».
6.Anthony Edward Tony Stark, meglio noto come Iron Man, personaggio dei fumetti ideato nel 1963 da Stan Lee, Larry Lieber e Don Heck per la Marvel Comics, spopola su grandi e piccoli schermi nel 2008 con un film da protagonista (Iron Man, regia di Jon Favreau, vincitore di due Oscar e di cui vi saranno ben due sequel) e con la saga Marvel dedicata agli Avengers.
7.Terzo capitolo della saga cinematografica dedicata agli X-Men, uscito nel 2006 (regia di Brett Ratner).
8.La Conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutasi a Katowice (Polonia) nel 2018 e nota con l’acronimo Cop24, a causa dell’opposizione di Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait si è risolta in un ulteriore differimento dell’adozione delle regole proposte dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).
9.A voi la scelta: si tratta dei titoli del TG delle 20 o dell’inizio di Mad Max Fury Road (film post-apocalittico del 2015 diretto da George Miller)?
10.Westworld – Dove tutto è concesso è una serie del 2016 con tre stagioni in attivo di Jonathan Nolan e Lisa Joy realizzata per la HBO. La serie trae ispirazione dal film Il mondo dei robot (Westworld, 1973) di Michael Crichton.
11.A chi qui obietterebbe «i social sono gratuiti», risponderei: il collettivo Ippolita ce lo ha insegnato «se è gratis la merce sei tu».

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