La Rivoluzione haitiana

Scritti politici e giuridici (1789-1805)

TSSNT

Arriva domani libreria, per ombre corte, La Rivoluzione haitiana. Scritti politici e giuridici (1789-1805), a  cura di Lorenzo Ravano. La ribellione dei giacobini neri, e la successiva nascita di Haiti, costituisce uno degli episodi chiave per comprendere la modernità e il rovesciamento del suo ordine coloniale. Il libro propone una selezione di testi che permettono di ricostruire il pensiero politico espresso dai diversi soggetti che animarono la Rivoluzione: dalla lotta dei liberi di colore all’insurrezione degli schiavi, dall’ascesa politica e militare di Toussaint Louverture fino alla guerra d’indipendenza. L’antologia rende così la complessità della Rivoluzione, percorsa anche da numerose lotte interne che condizionarono la storia di Haiti per tutto l’Ottocento, in particolare il conflitto tra l’élite rivoluzionaria, intenzionata a mantenere il sistema di piantagione, e gli ex schiavi africani, che continuarono a insorgere contro le nuove forme di lavoro forzato. Qui proponiamo un estratto dall’introduzione. 

La Rivoluzione haitiana ha segnato una cesura fondamentale nella storia del mondo atlantico, e in particolare nella storia della schiavitù, del colonialismo e del razzismo, dei movimenti abolizionisti e della cultura politica della diaspora africana. A lungo ignorata da gran parte della storiografia, negli ultimi trent’anni è stata oggetto di numerosi studi che, sulla scia delle opere di C.L.R. James e Aimé Césaire1, l’hanno reinterpreta come un fenomeno interno all’età delle rivoluzioni atlantiche, ma dotato di una propria autonomia e specificità; che influenzò il corso della Rivoluzione francese anziché esserne una semplice conseguenza e che determinò una riconfigurazione degli assetti geopolitici ed economici degli imperi europei nelle Americhe.

È stata quindi ricostruita la storia sociale, culturale e politica della Rivoluzione, mettendo specialmente in luce la soggettività degli schiavi e dei neri liberi e dimostrando che deve essere analizzata tanto come il prodotto di una lunga stagione di resistenza alla schiavitù, espressa soprattutto nelle pratiche di marronaggio, quanto come un fenomeno interconnesso alle trasformazioni politiche e concettuali poste in essere dalle rivoluzioni americana e francese2. Altri studi hanno invece privilegiato il perdurante impatto della Rivoluzione nel mondo atlantico.

È stata indagata la sua importanza nella diffusione di uno spirito di ribellione contro il potere schiavista in tutte le Americhe, che seminò panico e terrore nell’élite bianca, e la sua lunga influenza sulla cultura afroamericana, che ha fatto di Haiti il proprio “mito politico”, fonte d’ispirazione delle lotte e dell’immaginazione radicale nera. Più in generale, si è mostrato che la Rivoluzione influì sul dibattito antischiavista e sulla prima abolizione della tratta atlantica in Gran Bretagna e negli Stati Uniti (1807-‘08), decisa anche per scongiurare una nuova Haiti, e determinò la fine dell’espansione imperiale della Francia nelle Americhe, sancita dalla vendita dei territori della Louisiana agli Stati Uniti nel 1803 e dallo spostamento del baricentro della produzione di zucchero e caffè dalle Antille francesi verso Cuba, il Brasile e la Louisiana3. Come ha sostenuto Michel-Rolph Trouillot, l’immagine di Haiti ha agito però in modo ancora più profondo nella cultura occidentale moderna. La distruzione dell’ordine coloniale per mano degli schiavi ribelli fu un evento concettualmente “impensabile”, che scatenò una doppia reazione di “banalizzazione” e “rimozione”4.

A partire da questa indicazione, e più in generale dai contributi della critica afroamericana e postcoloniale, un’altra crescente letteratura ha messo in luce la rilevanza teorica della Rivoluzione per un ripensamento della storia del pensiero politico moderno e del concetto stesso di “modernità”5. Più precisamente, sulla scia dei diversi contributi di Cedric J. Robinson e Paul Gilroy, si è mostrato che la Rivoluzione haitiana occupa un posto centrale nello sviluppo della cosiddetta “tradizione radicale nera”, ossia di quella “controcultura della modernità” incarnata nelle lotte di liberazione della diaspora africana che costituisce un particolare punto di vista critico sul Moderno, capace cioè di mostrare quanto schiavitù, razzismo e colonialismo non siano aspetti marginali o residuali bensì costitutivi della modernità occidentale6.

Da un lato, la Rivoluzione è stata quindi letta come un’appropriazione sovversiva dell’Illuminismo radicale, unica concreta realizzazione dei suoi princìpi universali astratti7.  Dall’altro, si è insistito invece sull’originalità concettuale del pensiero e delle pratiche dei rivoluzionari neri, leggendo il rapporto con l’universalismo europeo all’insegna della sua strutturale parzialità, e della conflittualità che solleva nel contesto coloniale. In quest’ottica, come ha chiarito Anthony Bogues, utilizzando il lessico politico europeo contro le specifiche forme del potere coloniale alle quali erano assoggettati, i liberi di colore, l’élite di neri creoli che guidò l’esercito e gli africani articolarono diverse risignificazioni dei principali concetti politici moderni (libertà, uguaglianza, cittadinanza, nazione, sovranità)8.

Questo volume presenta una selezione di testi, in gran parte inediti in italiano9, che permettono di ricostruire le linee fondamentali del pensiero politico espresso dai diversi soggetti che animarono la Rivoluzione. La scelta delle fonti è stata guidata da due obiettivi. In primo luogo, rendere conto della pluralità delle lotte politiche che scandiscono la cronologia della Rivoluzione: dalla lotta dei liberi di colore per il riconoscimento dei diritti politici (1789-1791) all’insurrezione degli schiavi che condusse all’abolizione della schiavitù (1791-1793); dall’ascesa militare e politica di Toussaint Louverture alla nuova resistenza contro il lavoro di piantagione (1794-1801), fino agli anni della guerra d’indipendenza (1802-1805). In secondo luogo, si sono selezionate alcune tra le fonti che consentono di collocare Haiti in una ricostruzione genealogica della critica nera della modernità. Sotto questo profilo, due temi principali emergono dai testi: l’imporsi della soggettività politica nera nello spazio atlantico, capace di sovvertire alcuni fondamenti della modernità coloniale, e il problema dello Stato postcoloniale, ossia il tentativo “tragico” di riprodurre la statualità moderna e sviluppare un capitalismo agrario nella forma della piantagione post-schiavista10.

La definizione del pensiero politico della Rivoluzione haitiana pone così questioni ancora aperte, riassumibili in due aspetti di carattere metodologico ed epistemologico. Anzitutto, la Rivoluzione fu percorsa da due principali conflitti: quello tra l’élite rivoluzionaria e la maggioranza contadina, e quello interno all’élite, tra i neri che scalarono i vertici dell’esercito e i mulatti nati liberi, alcuni già proprietari di piantagioni. Come hanno mostrato Jean Casimir, Gérard Barthélemy e Trouillot, il primo conflitto riflette in particolare lo scontro tra i tentativi di riprodurre l’economia di piantagione e il modello della “contro-piantagione” degli exschiavi, realizzato in particolare nel sistema del lakou, le comunità familiari organizzate al di fuori e contro lo Stato haitiano, basate sull’agricoltura di sussistenza e caratterizzate dalla cultura vodou11.

All’interno della Rivoluzione coesistono così diversi attori, con interessi spesso confliggenti, che formarono alleanze precarie intorno a obiettivi specifici: l’abolizione della schiavitù e la guerra d’indipendenza. Inoltre, l’analfabetismo della stragrande maggioranza degli schiavi, la pluralità linguistica, culturale e religiosa che caratterizzava Santo Domingo e, più in generale, il rapporto tra la cultura dominante europea e le culture dei colonizzati sollevano numerosi interrogativi nell’interpretazione delle fonti, specie se s’intente leggerle dal punto di vista della storia del pensiero politico.Non entriamo qui nel merito di un dibattito metodologico che negli ultimi quarant’anni ha animato diverse prospettive storiografiche sulle classi subalterne, in particolare la microstoria, la history from below e i Subaltern Studies. Resta tuttavia centrale per il volume che qui si presenta il problema sollevato dalla nota domanda posta da Gayatri Chakravorty Spivak: Can the subaltern speak?12.

In linea con la risposta negativa di Spivak, secondo la quale il discorso del colonizzato (e in particolare della donna) può darsi solo attraverso il discorso del colonizzatore e all’interno di quei presupposti epistemici, l’archivio coloniale non trasmette mai direttamente la parola degli schiavi africani. Ciononostante, ci consegna tracce importanti delle loro pratiche di liberazione. Il caso forse più emblematico sono gli annunci degli schiavi fuggitivi, di cui si presenta qui una selezione. Espressione della trasformazione degli esseri umani in oggetti di proprietà, reclamati sulla stampa coloniale accanto al bestiame e identificati con le iniziali del padrone incise sul corpo dello schiavo, gli annunci ci restituiscono alcune delle forme di resistenza alla schiavitù e alla sua disumanizzazione: plurilinguismo, alfabetizzazione, possesso di armi, produzione di certificati di libertà, pratiche culturali e, banalmente, l’atto stesso della fuga.

Eppure, anche quando emergono in modo più diretto, le rivendicazioni degli ex-schiavi sono nuovamente mediate dal discorso politico dei leader della Rivoluzione, che si servono delle categorie e del lessico politico europeo e si esprimono in francese o in spagnolo nella corrispondenza e nei documenti ufficiali. Esclusa la traduzione del proclama di emancipazione del commissario giacobino Léger-Félicité Sonthonax e di pochi altri provvedimenti13, il creolo è infatti una lingua essenzialmente orale, parlata anche da molti leader tra cui Toussaint Louverture. Elementi delle lingue africane, utilizzate sicuramente da alcuni comandanti neri, e forse pure da Louverture che si ritiene avesse nozioni di ewe-fon, sopravvivono oggi solo nei riti e nelle canzoni vodou nella forma del pale langaj14.

Infine, i rivoluzionari neri hanno spesso lasciato traccia scritta del loro pensiero tramite la penna di prigionieri di guerra o dei loro segretari personali (bianchi e mulatti). Talvolta a causa dell’incapacità di scrivere in corretto francese, come nel caso del generale Jean-Jacques Dessalines, che fu sempre assistito dai segretari Louis Boisrond-Tonnerre e Juste Chanlatte educati in Francia. Altre volte per il disbrigo dell’enorme mole di materiale scritto che l’organizzazione e comunicazione della rivoluzione richiedeva, come nel caso di Louverture, che pur conoscendo il francese lo scriveva con difficoltà, e si avvalse di numerosi collaboratori dettando quasi sempre, in un misto di creolo e francese, la sua corrispondenza, i proclami, i provvedimenti amministrativi e, infine, le sue memorie15.

Note   [ + ]

1.Cyril Lionel Robert James, I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco (1938), trad. it. di R. Petrillo, prefazione di S. Chignola, DeriveApprodi, Roma 2006; Aimé Césaire, Toussaint Louverture: la révolution française et le problème colonial (1961), Présence africaine, Paris 2000.
2. Cfr. Jean Fouchard, Le marrons de la liberté, Éditions de l’École, Paris 1972; Gabriel Debien, Les esclaves aux Antilles françaises (XVIIe-XVIIIe siècles), Société d’Histoire de la Guadeloupe, Basse Terre 1974; Yves Bénot, La Révolution française et la fin des colonies, La Découverte, Paris 1987; Carolyn Fick, The Making of Haiti: The Saint Domingue Revolution from Below, University of Tennessee Press, Knoxville 1990; Patrick Geggus, Haitian Revolutionary Studies, Indiana University Press, Bloomington 2002; Laurent Dubois, Avengers of the New World: the Story of the Haitian Revolution, Harvard University Press, Cambridge 2004; Jeremy Popkin, You Are All Free: the Haitian Revolution and the Abolition of Slavery, Cambridge University Press, New York 2010. Per un inquadramento nella storia atlantica cfr. Federica Morelli, Il mondo atlantico. Una storia senza confini (secoli XV-XIX), Carocci, Roma 2013, pp. 199-212.
3.Julius Scott, The Common Wind: Afro-American Currents in the Age of the Haitian Revolution (1986), Verso, New York 2018; Geggus (ed.), The Impact of the Haitian Revolution in the Atlantic World, University of South Carolina Press, Charleston 2002; Alejandro Gómez, Le spectre de la Révolution noire: l’impact de la Révolution haïtienne dans le monde atlantique, Presses universitaires de Rennes, Rennes 2013; Ada Ferrer, Freedom’s Mirror: Cuba and Haiti in the Age of Revolution, Cambridge University Press, New York 2014; Elizabeth M. Dillon, Michael Drexler (eds.), The Haitian Revolution and the Early United States. Histories, Textualities, Geographies, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2016; Alfred N. Hunt, Haiti’s Influence on Antebellum America: Slumbering Volcano in the Caribbean (1988), LSU Press, Baton Rouge 2006; Manisha Sinha, The Slave’s Cause. A History of Abolition, Yale University Press, New Haven 2016, pp. 53-64.
4.Michel-Rolph Trouillot, Silencing the Past: Power and the Production of History, Beacon Press, Boston 1995, pp. 70-107.
5.Cfr. Sibylle Fischer, Modernity Disavowed: Haiti and the Culture of Slavery in the Age of Revolution, Duke University Press, Durham 2004; Susan Buck-Morss, Hegel, Haiti, and Universal History, University of Pittsburgh Press, Pittsburgh 2005; Dubois, An Enslaved Enlightenment: Rethinking the Intellectual History of the French Atlantic, in “Social History”, 31, 1, 2006, pp. 1-14.
6.Cedric J. Robinson, Black Marxism: The Making of the Black Radical Tradition (1983), University of North Carolina Press, Chapel Hill 2000; Paul Gilroy, The Black Atlantic. L’identità nera tra modernità e doppia coscienza (1993), trad. it. di M. Mellino, L. Barberi, Meltemi, Roma 2004.
7.Nick Nesbitt, Universal Emancipation. The Haitian Revolution and the Radical Enlightenment, University of Virginia Press, Charlottesville 2008.
8.Cfr. Doris L. Garraway (ed.), Tree of Liberty. Cultural Legacies of the Haitian Revolution in the Atlantic World, The University of Virginia Press, Charlottesville 2008; Anthony Bogues, The Dual Haitian Revolution as An Archive of Freedom, in “BIM”, 3, 2, 2010, pp. 26-34; Julia Gaffield (ed.), The Haitian Declaration of Independence. Creation, Context, and Legacy, The University of Virginia Press, Charlottesville 2016; Bogues, Prassi e pensiero politico radicale nero: la rivoluzione haitiana ‘Legba’ e il pensiero politico di Toussaint L’Ouverture, in “Filosofia politica”, 3, 2017, pp. 393-412.
9.L’unica antologia di fonti pubblicata in italiano è il volume di scritti di Toussaint Louverture curato da Sandro Chignola: François Dominique Toussaint Louverture, La libertà del popolo nero. Scritti politici, trad. it. S. Chignola, M.L. Lanzillo, a cura di S. Chignola, La Rosa, Torino 1997.
10.Sulla storia di Haiti come “tragedia” dello Stato postcoloniale cfr. David Scott, Conscripts of Modernity: The Tragedy of Colonial Enlightenment, Duke University Press, Durham 2004; Dubois, Haiti: The Aftershocks of History, Metropolitan Books, New York 2012.
11.Gérard Barthélemy, L’univers rural haitien. Le pays an dehors, L’Harmattan, Paris 1990; Trouillot, Haiti: State Against Nation. The Origins and Legacy of Duvalierism, Monthly Review Press, New York 1990; Jean Casimir, Haïti et ses élites. L’interminable dialogue de sourds, Éd. Université d’État d’Haïti, Port-au-Prince 2009.
12.Gayatri Chakravorty Spivak, Can the Subaltern Speak?, in Cary Nelson, Lawrence Grossberg (a cura di), Marxism and the Interpretation of Culture, University of Illinois Press, Urbana 1988, pp. 271-311. Cfr. Ranajit Guha, Gayatri C. Spivak, Subaltern Studies. Modernità e (post)colonialismo, a cura di S. Mezzadra, ombre corte, Verona 2002.
13.Cfr. Sonthonax, Dans nom la république (29 août 1793) in 61J71, Archives Départementales de la Gironde, Bordeaux. Consultabile online in https://thelouvertureproject. org.
14.Termini o frasi mistiche usate nei riti vodou e dal significato generalmente ignoto che presentano derivazioni dalle lingue dell’Africa occidentale (Fon, Yoruba, Igbo, Kikongo). Cfr. Benjamin Hebblethwaite, Vodou Songs in Haitian Creole and English, Temple University Press, Philadelphia 2012, p. 252.
15.Girard, Quelle langue parlait Toussaint Louverture? Le mémoire du fort de Joux et les origines du kreyòl haïtien, in “Annales. Histoire, Sciences Sociales”, 68, 1, 2013, pp. 109-132. Sul problema dell’autorialità negli scritti di Dessalines cfr. Deborah Jenson, Beyond the Slave Narrative. Politics, Sex, and Manuscripts in the Haitian Revolution, Liverpool University Press, Liverpool 2012, pp. 81-110.

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