L’arte lesbica della fuga

Monique Wittig tra i gironi dell’eterosessualità

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Cristina Kristal Rizzo, VN Serenade, LAC Lugano, 2017, credits fotografici: Luca Del Pia

«Malgrado i dibattiti incessanti sull’impossibilità di fuggire dal giardino, c’è chi non rinuncia a trovare un mezzo per farlo»: così scriveva Monique Wittig in Un jour mon prince viendra, un racconto apparso nel febbraio del 1978 su «Questions féministes», la rivista del femminismo materialista francese diretta da Simone de Beauvoir e animata, fra le altre, da teoriche del calibro di Christine Delphy, Colette Guillaumin e Nicole-Claude Mathieu – ancora in attesa di una traduzione integrale in italiano. È in questo contesto di lavoro comune, finalizzato a dotare il movimento di liberazione delle donne di una prospettiva teorica e politica alternativa tanto alle tendenze femministe ausiliarie del marxismo, quanto all’area del pensiero della differenza sessuale, che maturano alcune delle tesi più caratterizzanti del pensiero di Wittig: prima fra tutte, l’idea che è la gerarchia sociale tra uomini e donne prodotta dal regime politico dell’eterosessualità a determinare la pertinenza culturale attribuita alla categoria di sesso e non il sesso, inteso come divisione naturale pre-esistente all’organizzazione sociale, a determinare la subalternità sociale, economica e politica delle donne. Ed è precisamente nel segno di questa ostinazione a minare i presupposti idealisti e naturalizzanti dell’ideologia eterosessuale, portata avanti dalla scrittrice francese anche dopo la dissoluzione del collettivo editoriale di «Questions féministes» e declinata in chiave di lesbismo materialista, che si dipana il filo del ragionamento svolto in The Straight Mind and Other Essays. La raccolta, pubblicata per la prima volta in inglese nel 1992, da Beacon Press, riunisce nove scritti politici e teorico-letterari composti da Wittig tra il 1976 e il 1990 ed è oggi a disposizione del pubblico italiano, in versione integrale, nella traduzione curata da Federico Zappino per l’editore ombre corte.

Fuor di metafora, la tenacia indispensabile alla ricerca di un varco per evadere dalla prigione dell’eterosessualità – di un’eterosessualità nominata senza aggettivi adibiti ad attutire l’impatto della critica e identificata con «il sistema sociale che si fonda sull’oppressione delle donne da parte degli uomini e che produce la dottrina della differenza tra i sessi per giustificare questa oppressione»1 – sta a significare, per Wittig, che «la fase iniziale del movimento di liberazione delle donne, in Francia e ovunque, è coincisa con la radicale messa in discussione delle categorie di sesso. In seguito, solo le femministe radicali e le lesbiche hanno continuato a sfidare, sia sul piano politico, sia su quello teorico, l’uso dei sessi come categorie e come classi sociali»2. Coerentemente con questa impostazione, la pensatrice francese arriva a far dipendere la sopravvivenza politica delle lesbiche, schiave in fuga dalla relazione sociale con un uomo e dagli obblighi di servizio ad essa inestricabilmente connessi, dal contributo che queste sapranno dare, per mezzo della battaglia contro l’eterosessualità, alla «distruzione della classe delle donne, intesa come bacino di appropriazione di queste da parte degli uomini»3.

Tanto basta, credo, a restituire la misura della feconda inattualità di Wittig, ovvero del cambio di passo che la lettura dei suoi testi impone rispetto ad abitudini di pensiero più familiari e collaudate. L’ovvia premessa di questo discorso è data da una constatazione fattuale: l’intervallo che ci separa dagli anni in cui questi scritti sono stati composti non ha visto prosciugarsi il bacino di appropriazione privata e pubblica del lavoro, della sessualità e della coscienza delle donne denunciato dalla pensatrice francese. Al contrario. La costellazione di questioni richiamate da Zappino nella postfazione al volume – violenza sessuale, femminicidi, segregazione occupazionale, sex work, pornografia e gestazione per altri, alle quali aggiungerei, sul fronte dell’appropriazione privata, il peso dei volumi di lavoro domestico erogati, su scala globale, in via maggioritaria dalle donne – testimonia sia del fatto che «l’eterosessualità non risente affatto del passare degli anni»4, sia delle secche di un dibattito che, tra sopravvalutazioni liberal-contrattualiste della «scelta» e del «consenso», tentazioni difensive articolate in chiave differenzialista, riduzionismi di stampo marxista e appelli all’intersezionalità, gira drammaticamente a vuoto intorno al persistente rinnovarsi dell’equilibrio etero-patriarcale. Ad essersi appannate, nel corso del tempo, sembrano semmai la coscienza del processo di appropriazione delle donne – delle sue cause, del suo rilievo, della sua estensione – e la fiducia nei riguardi della strumentazione critica messa a punto dal lesbismo materialista.

Un esempio eloquente, che il caso mi ha messo sotto gli occhi poco dopo essere stata invitata a contribuire a questo speciale su Wittig, può essere utile a precisare meglio ciò che intendo. Perché non chiamarsi lesbica: così titolava, lo scorso marzo, il supplemento culturale di una testata argentina che dava notizia della conferenza tenuta da Angela Davis al teatro Solís di Montevideo, di fronte a un folto pubblico di femministe provenienti da tutta l’America Latina. Sollecitata, in coda al dibattito, a chiarire per quale ragione non attribuisse una valenza politica al proprio – dichiarato – lesbismo, l’autrice di Women, Race & Class ha tenuto anzitutto a distanziarsi dal movimento femminista e lesbico degli anni Sessanta e Settanta, a suo dire colpevolmente attardato su questioni legate alla sessualità e inchiodato a categorie di genere ritagliate a misura di donna bianca di classe media. Contestualmente, Davis ha motivato la propria preferenza per la «più inclusiva» categoria di «queer», individuando nell’uso corrente del termine una proiezione più larga verso istanze anticapitaliste e antirazziste: un valido sinonimo, in altre parole, di «intersezionalità»5. Stando alla spiegazione offerta da Davis, si direbbe che «lesbica» non possa fare altro che lasciarsi riassorbire nella categoria di sesso, rappresentandone una variante minoritaria singolarmente inadatta a universalizzare il punto di vista e a riorientare lo sguardo sul mondo.

Quella difesa da Angela Davis – ossia da una delle voci più ascoltate e rispettate nel quadro della «terza ondata» femminista –, non è una posizione desueta nel panorama contemporaneo. Per questa drastica retrocessione epistemologica e politica del lesbismo esistono infatti precedenti altrettanto illustri, il più famoso dei quali risale alla produzione dei primi anni Novanta di Judith Butler. È nel corpo a corpo con Wittig ingaggiato nelle pagine di Gender Trouble, in particolare, che Butler estrae dagli scritti teorici della pensatrice francese un’immagine del lesbismo fatta oggetto di una dura critica. Dopo aver tracciato una netta linea di demarcazione tra l’opera letteraria e la riflessione filosofico-politica di Wittig, la filosofa statunitense procede infatti alla demolizione del lesbismo politico presentandolo come espressione di un «prescrittivismo separatista» destinato a «eliminare qualsiasi solidarietà con le donne eterosessuali»6. Non solo: questo «prescrittivismo separatista» altro non sarebbe che l’effetto di un’esorbitante pretesa volitiva governata dalla fantasia di un (impossibile) trascendimento dell’eterosessualità.

Non è del tutto chiaro se la critica di Butler punti a squalificare, insieme al separatismo lesbico, il più ampio separatismo femminista a cui Wittig ha dato impulso negli anni che l’hanno vista partecipare al movimento francese di liberazione delle donne. Sta di fatto che, secondo la teorica statunitense, l’errore di Wittig consisterebbe nel prefigurare l’avvento di una soggettività non marcata dal genere, pensata a partire dal «punto di vista dell’universale e dell’assoluto» e tagliata fuori dal gioco delle differenze con un gesto destinato a riprodurre «il binarismo disgiuntivo della mentalità straight». Se chiamare in causa il lesbismo per appellarsi a una «posizione al di là del sesso» significa, per Wittig, fare un passo in avanti verso la soggettivazione politica di una classe – le donne – altrimenti condannata alla minorità perpetua, lo stesso gesto comporta, per una Butler mai così vicina al pensiero della differenza sessuale, riportare la teoria a «un umanismo problematico, basato su una metafisica della presenza altrettanto problematica». Di fronte alle inadempienze di una teoria bocciata senza appello, di gran lunga preferibile appare a Butler la strategia letteraria adottata da Wittig in Le corps lesbien e Les Guérillères: strategia che, agli occhi dell’autrice di Gender Trouble, punterebbe alla riappropriazione parodica di termini originariamente oppressivi7.

Prima ancora di sondare la pertinenza di questa interpretazione, su cui per altro sono già state espresse robuste riserve8, vale la pena chiedersi per quale motivo Butler avverta la lesbica di Wittig come una minaccia che è urgente disinnescare prima di poter procedere a decostruire il continuum naturalizzato di sesso, genere e desiderio e a dimostrare la performatività del genere. E vale la pena chiederselo, retrospettivamente, in considerazione del fatto che Gender Trouble non solo ha rappresentato per un’intera generazione di studios* e attivist* la porta d’accesso privilegiata alla scrittrice francese. A questa generazione Butler ha fornito pure un repertorio di argomenti legittimanti per una rivisitazione del pensiero di Wittig in chiave queer ignara delle sue premesse materialiste, o volutamente intenzionata a metterle tra parentesi.

Un indizio di risposta alla domanda proviene dalle differenti concettualizzazioni dell’eterosessualità messe in campo, rispettivamente, da Wittig e da Butler: per la prima, «sistema sociale che si fonda sull’oppressione delle donne da parte degli uomini, e che produce la dottrina della differenza tra i sessi per giustificare questa oppressione», come si è già visto; per la seconda, «commedia inevitabile». Se – nella prospettiva abbracciata da Butler – l’eterosessualità è il gioco che non possiamo non giocare, pur con un margine di manovra garantito dalla permutabilità dei ruoli e delle identificazioni psichiche, allora tanto vale giocarlo con scaltrezza. Purché utili a far lievitare il dubbio circa l’integrità sistemica dell’eterosessualità e a dare risalto al fallimento delle sue operazioni disciplinanti, tutte le tattiche sono buone: dalla disseminazione delle differenze all’alleggerimento ironico del proprio coinvolgimento con la norma eterosessuale. Ma che dire, invece, se l’eterosessualità non fosse un gioco, una commedia, un canovaccio aperto a riscritture non autorizzate? Che fine farebbe questo ottimismo se l’operazione consistente nel destabilizzare la rigidità dei generi sul piano dell’immaginario dovesse invece rivelarsi del tutto compatibile, sul piano della materialità, con il mantenimento delle classi di sesso istituite dal regime politico dell’eterosessualità? Se l’esistenza di classi di sesso mette capo a un rapporto sociale di servitù, possiamo ancora ipotizzare di alterarne la sostanza politica con ripetizioni parodiche e dislocazioni differenziali, come se le rispettive posizioni di oppresse e oppressori fossero simmetriche e reversibili? E che dire se la categoria su cui si fonda il pensiero eterosessuale, ossia la categoria di sesso, dovesse rispondere, in definitiva, alla concisa definizione che ne ha dato Valerie Solanas quando l’ha descritta come «il rifugio dei mentecatti»?

È con questa seconda ipotesi che gli scritti di Wittig ci obbligano a fare i conti. Il fatto che Wittig dichiari «assoluto» (sciolto dalle categorie di sesso) il soggetto lesbico non significa che sia «assoluta» (proveniente da nessun luogo) la sua emersione. Contrariamente a quanto Butler dà a intendere, da nessuna parte Wittig ricorre a un’essenza lesbica antecedente alla società per fondare la propria critica dell’eterosessualità. La lesbica si costituisce come tale soltanto nell’atto concreto costituito dalla rottura del contratto che nessuna ha mai sottoscritto volontariamente. Che l’assimilazione della lesbica a una schiava fuggitiva non preluda affatto alla desolidarizzazione con le donne eterosessuali, dovrebbe per altro risultare evidente dalla chiusa del saggio Sul contratto sociale, dove la platea delle fuggitive si allarga dalle lesbiche propriamente dette alle «mogli che, in tutto il mondo, scappano di casa» nel momento in cui realizzano di non aver mai dato il proprio consenso al contratto eterosessuale9. O che dire delle pagine del romanzo Virgil, non, in cui Wittig mette in bocca al personaggio di Manastabal – sua guida nel viaggio profano attraverso i gironi dell’inferno eterosessuale – queste parole:

Io ti guido nell’inferno al meglio della mia conoscenza e tenendo presente la tua. Ma questo non ti dà alcun diritto di schiacciare con il tuo giudizio le anime che incontriamo. Tu puoi, se vuoi, rallegrarti dieci volte, e non una, di aver disertato ed essere una schiava fuggitiva, e dire a te stessa che è bene. Anch’io mi congratulo con me stessa ogni giorno che mi vede libera. Tuttavia, finché si ha un simile privilegio, è una misera esibizione servirsene per vessare ancora di più le sfortunate creature che ne sono prive. Perché è un privilegio così esorbitante che bisogna farselo perdonare e non ci si può accostare alle anime dannate se non allo scopo di farle venir fuori dall’inferno e di riuscirci a qualunque costo. E nel farlo si lavora anche per sé, perché ogni libertà è precaria e questo è il prezzo10.

Note   [ + ]

1.Monique Wittig, Non si nasce donna (1981), in Ead., Il pensiero eterosessuale, a cura di Federico Zappino, ombre corte 2019, p. 41.
2.Monique Wittig, Il punto di vista: universale o particolare? (1980), in Ead., Il pensiero eterosessuale, cit., p. 81, nota 2.
3.Monique Wittig, Non si nasce donna, cit., p. 41, corsivo mio.
4.Federico Zappino, La distruzione dell’eterosessualità, Postfazione a Monique Wittig, Il pensiero eterosessuale, cit., p. 122.
5.Cfr. Patricia Kolesnicov, Angela Davis: por qué no llamarse lesbiana, «Clarín», 27 marzo 2019.
6.Judith Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità (1990), trad. it. di Sergia Adamo, Laterza 2013, pp. 157-182, in particolare p. 181, p. 173, p. 177.
7.Ibidem
8.Cfr. Simonetta Spinelli, Monique Wittig: queer or not queer?, «Towanda!», 9, marzo-maggio 2003; Teresa de Lauretis, When Lesbians Were Not Women e Diane Griffin Cowder, Universalizing Materialist Lesbianism, entrambi in On Monique Wittig. Theoretical, Political, and Literary Essays, a cura di Namascar Shaktini, University of Illinois Press, 2005, pp. 51-62 e pp. 63-86.
9.Monique Wittig, Sul contratto sociale (1989), in Ead., Il pensiero eterosessuale, cit., p. 67.
10.Monique Wittig, Virgile, non (1985), trad. it. di Rosanna Fiocchetto, Il dito e la luna 2005, p. 38.

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