Le X nel testo

Monique Wittig tra infanzia e storia

lubiana nomi
Cesare Pietroiusti, Scrivi tutti i nomi delle persone che conosci / Names performance eseguita il 17 marzo 2004 in occasione della «IV settimana internazionale della micro-performance», Galleria Skuc, Lubiana.

Luce Irigaray and Monique Wittig, for all their differences, know how to write the body; how to weave eroticism, cosmology, and politics from imagery of embodiment, and especially for Wittig, from imagery of fragmentation and reconstitution of bodies.
Donna Haraway, A Cyborg Manifesto (1991) 

Monique Wittig è una scrittrice polisemica. I suoi testi sono stratificazioni di sensi. Si tratta di scrittura, oltre che di corpo,«lesbicx». L’incognita intesse anche noi, leggendola, quindi oggi io non vi guiderò all’inclusione di Wittig nel vostro discorso, né pretenderò di dispiegarvi le sue vie; semplicemente cercherò – attraverso una mia visione assolutamente partigiana di alcuni suoi testi – di proporre una dimensione vivibile delle X nelle esistenze lesbiche politiche.

La X come grafema è costituita da due triangoli aperti alla base che si incrociano in un punto. Il punto è l’ente geometrico fondamentale, ma non è dotato esso stesso di una dimensione, esiste solo come incontro delle linee che in esso si incontrano. Tenete presente queste definizioni, le accosteremo ai testi di Wittig.

Cominciamo, invertendo la cronologia, dal triangolo aperto situato sopra, che è un testo autobiografico su un’emarginazione vissuta nel femminismo francese, scritto nel 1985 e pubblicato solo nel 1999. Si tratta di Paris-la-politique, un testo di cui non si parla molto, perché a mio avviso segna un momento foucaultiano di parrhesia (di persuasione, nel senso di Michelstaedter, o forse anche del De Sade di Blanchot, un «dire tutto») molto profondo – e non è mai borghesemente elegante, nemmeno nel femminismo bianco, mostrare in pubblico le proprie ferite, come Wittig invece riesce a fare, risolvendole in un testo carnevalesco, umoristico. Un utile messaggio anche per le lesbiche a venire.

Dichiara Wittig in un’intervista a «Libération» di vent’anni fa: «In tutti i gruppi politici, qualsiasi essi siano, c’è sempre uno schema fisso di comportamento: non si attacca il nemico, ma chi ci è più vicino. Per tutto il tempo in cui sono stata invischiata in quella sostanza politica, come in un sogno, ho conosciuto la ghigliottina, la testa tagliata. È stato orribile». Come non riconoscersi, quindi, e non meditare almeno sul passo che segue, che ho tradotto per voi? «Poi ti affosseranno nella buca piena di merda pretendendo che sia un bagno d’acqua di rose… Infine ti ficcheranno al fondo della terra, ti ci faranno sparire e, non contente di così poco, pianteranno sulla terra che ti avrà ricoperto, e che elles batteranno con le loro suole, un cartello con scritto sopra: QUI NON C’È NESSUNO»1. Ora potete capire perché di Paris-la-politique non parla nessuna. Propongo un minuto di silenzio.

Wittig è però una resiliente – come si direbbe oggi – ed è una resiliente di prim’ordine. Non solo non muore, ma si reinventa come X migrante, va negli Stati Uniti, diventa un punto di riferimento del lesbismo materialista radicale internazionale e può scrivere che – nonostante tutto – ha imparato qualcosa: «Non faccio l’apologia delle piccole presenzialiste perché hanno messo la politicA al posto del politico. Non ho trovato alcuna morale nella mia favola, ma come in filigrana soltanto la traccia di un principio che riassume tutto, ed è: né dei né dee, né maîtres né maîtresses»2. Punto.

Torniamo quindi al «punto» dove i due triangoli della X potrebbero toccarsi. Dobbiamo prima però trattare del triangolo-base: quello dell’infanzia. L’Opoponax, che come notate ha già in sé una X, è il primo testo noto di Monique, uscito nel 19643. Fa parte di un discorso di avanguardia, e di sperimentazione letteraria. Con frasi brevi e un procedimento da visione cinematografica, dove è il movimento delle sequenze a contare, L’Opoponax ci porta dentro un’infanzia lesbica, non la descrive, la rappresenta nel suo divenire minuto per minuto. Dal branco dei compagni di scuola a quello delle compagne al primo amore è la fluidità a governare il testo, il passaggio. Se ci sono differenze di genere percepite sono solo variabili della X e del gioco, non pesanti materiali identitari che bloccano.

E tuttavia non si pensi a un mondo idilliaco. L’Opoponax, questa creatura vegetal-animale, simbolo forse di un certo uso straniante del linguaggio, è solo tecnicamente definibile come mirra. Seguendo le parole di Simonetta Spinelli, esso è per Wittig

il personaggio mitico – l’Opoponax – che è nello stesso tempo figurazione di quello che prova e linguaggio per dirlo. L’Opoponax è indefinito – né animale, né vegetale – senza contorni, come l’emozione colta in un attimo tra attività e osservazioni consuete, è spaventoso, infido, crudele, tenero, onnipotente. È gioco di seduzione che attira e respinge, è quanto deborda dal sistema delle regole e lo stravolge, è l’inaddomesticabile che nello spazio-tempo codificato costruisce il suo spazio di esistenza, uno spazio di passione. Così smisurato che può essere detto solo riassumendolo nel suo nome e apre a ogni scenario possibile. Anche l’infanzia è già desiderio lesbico, caos affettivo, l’infanzia è «già politica». Paris-la-politique è ne L’Opoponax e viceversa. Miseria e nobiltà delle comunità (o forse sarebbe meglio dire branchi), le lesbiche sono contigue.

In gioco è il concetto di inclusione. Ci credevamo molto avanti su questo, dopo anni di militanza, e abbiamo invece lacerantemente scoperto, negli ultimi anni, che non è così: le lesbiche politiche italiane possono essere anche feroci nell’escludere, in nome di un sedicente radicalismo femminista che si esplica quasi solo nel censurare attitudini e comportamenti di altri soggetti che dovrebbero invece essere alleati nella lotta all’eterosessualità obbligatoria e ai dogmi violenti ed escludenti che ne conseguono.

Se c’è una prospettiva di esclusione mi pare però conseguente che anche l’inclusione più correttamente motivata possa essere sospetta. Preferirei parlare di libertà non neoliberista. C’è una linea di pensiero lasciataci in eredità dall’ultimo Foucault che lancia l’idea di una liberazione attraverso l’«usage des plaisirs», e dovremmo forse rileggerla. Consiglio di leggerla attraverso un posizionamento critico che metta in discussione anche le costruzioni discorsive delle scienze sociali su «cis» e «trans», come suggerisce Kevin Anderson4.

Per quanto riguarda il secondo punto del convegno di oggi, quello dell’«intersezionalità», può essere vera la sua critica: ci muoviamo pur sempre attraverso le griglie dell’egemonia di un discorso pubblico occidentale. Ma lo è poi veramente, per esempio, un testo di ribellione come quello di Wittig? Mi interrogo personalmente, e certo in modo romantico, sulla persistenza dei miti di fluidità e dei passaggi fra culture. Esiste un punto in cui l’intersezione è centro decentrato e fluido, un soggetto che sia nel contempo dentro e fuori, e capace di spostarsi verso un futuro che non sia mera riproposizione di stereotipi, occidentali o no che siano? Forse a queste domande non può rispondere solo la soggettività lesbica, ma certo, come vediamo oggi qui, può cominciare a porsele.

Il punto, ora. Questo ente geometrico senza dimensioni, e tuttavia centrale, dove si incontrano i due triangoli è il soggetto, inteso anche come noi collettivo. Wittig non ha mai scritto un manuale di istruzioni, ha lasciato delle tracce, segnavia, come certe pietre dipinte sui sentieri di montagna. Wittig è stata un«non-Virgilio»5, non ha partorito formule che mondi possano aprirci, ma le sue indicazioni sono state fortemente etiche, oltre che creative.

Non può più esistere un linguaggio politico, lesbico e non solo, che non faccia i conti con se stesso, con la propria storia ed infanzia, e con i mezzi reali o potenziali della propria messa in scena nel mondo. La creatività è divenire, non esclude, va ascoltata e moltiplicata. La polisemia non è solo un fatto testuale, ma una visione relazionale e mondana. I rapporti di potere sono puro teatro e vanno trattati e straniati con nuovi atti teatrali. I gesti e le parole, infine, possono divenire atti d’amore adulto e cosciente. Esiste una geometria lesbica intersezionale dove il punto non sia solo l’incontro di coordinate? Una X di incontro e dono, non di solo sacrificio? Un fare comune dove i tanti je possano ritrovarsi in un ON6, che spezzi la coazione a ripetere, il giogo ripetitivo di inclusione ed esclusione?

L’entanglement7 d’incontro risiede forse in un testo come Les Guèrilléres, e non si tratta più di X, ma di altre consonanti, e di nomi propri, che indicano comunità di soggetti in lotta: «A chi domanda loro cosa vogliono dire le sigle L C B D, elles rispondono: non saprete di che si tratta. L C B D, potete cercarlo, avete la prima lettera di ogni parola. Non significa niente per voi, nemmeno espresso a chiare lettere. L C B D… Dicono che le rivolte hanno guadagnato in estensione e forza… THEOFANO OLGA CEZA VIRGILIE PORCIA XU-HU ABAN CLÉMENTINE ABRA»8.

Wittig non mi ha detto la dimensione esatta da dare a quel punto, che peraltro non risiede, com’è a questo punto evidente, in una semplice geometria tridimensionale. Ma me lo ha fatto percepire. In questo senso, e non perché si sono scritti ed ho letto alcuni saggi su di lei, mi è stata da guida. Ed è solo in questo senso vivo, o in questi sensi, che posso provare gratitudine e immaginare relazioni e snodi per un futuro personale e collettivo. Wittig possiamo divenire noi.

Note

Note
1Monique Wittig, Paris-la-politique et autres histoires, P.O.L. 1999, p. 33.
2Ivi, p. 51.
3Monique Wittig, L’Opoponax, trad. it. di Clara Lusignoli, Einaudi 1966.
4Kevin Anderson, Becoming lesbian: Monique Wittig’s queer-trans-feminism,«Journal of Lesbian Studies», 2017. Per una focalizzazione lesbica non riducibile alle schisi tra femminismo essenzialista e politiche post-identitarie, cfr. Lynne Hunter, Are the Lips a Grave?, Columbia University Press 2013.
5Cfr. Monique Wittig, Virgil, non, trad. it. di Rosanna Fiocchetto, Il dito e la luna 2008.
6Il pronome impersonale collettivo, in francese, corrispondente al nostro «si» (es. «si dice»). Sul punto cfr., in particolare, La marcatura di genere (1985), in Monique Wittig, Il pensiero eterosessuale, a cura di Federico Zappino, ombre corte 2019.
7Il termine, mutuato dalla fisica quantistica, significa «groviglio» ed indica la correlazione a distanza tra quantità fisiche spazialmente separate, che intra-agiscono. Per una teoria quantica queer performativa e relazionale, cfr. Karen Barad, Performatività della natura, trad. it. di Restituta Castiello, Edizioni ETS 2017.
8Monique Wittig, Les Guérillères, Éditions de Minuit 1966, p. 174. Di questo testo venne fatta una traduzione nel 1996, da Ana Cuenca, per Lesbacce incolte (Bologna), ma è oggi purtroppo introvabile.

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