Per una flânerie memetica

Intervista a Mike Watson nel segno di Mark Fisher

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In occasione della pubblicazione del nuovo libro di Mike Watson «Memeing of Mark Fisher» (Zero Books, 2021), proponiamo un’intervista all’autore realizzata da Eudald Espluga. In questo libro Watson fa incontrare la Scuola di Francoforte con le teorie di Mark Fisher, con l’obiettivo di costruire un movimento politico e culturale di sinistra, all’altezza delle trasformazioni tecnologiche, percettive ed emotive del mondo contemporaneo. L’intervista è stata tradotta per noi da Emanuele Riccomi.
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Vorrei partire da una domanda per capire meglio come sia nato questo libro: quando e perché ti sei interessato ai meme su Mark Fisher?

Ho conosciuto il lavoro di Mark Fisher quando scriveva sul suo blog K-Punk, prima ancora che pubblicasse Realismo capitalista. Era molto aperto a collaborare e a dialogare con chiunque lavorasse per una politica socialista e ha incoraggiato molti giovani in quel periodo. La maggior parte di questi confronti e di questi scambi avveniva online sia attraverso il suo blog sia tramite email e pagine Facebook di meme. C’era una comunità di teorici che usava molto i blog e questo sistema ha consentito a tante persone di conoscerne le idee e di confrontarsi direttamente con studiosi come Fisher stesso. In questo contesto, purtroppo, ci furono anche alcuni aspetti sgradevoli come i troll o come i tentativi di svilire le conversazioni e le riflessioni. Fisher stesso riscontrò questa tendenza anche su Twitter, dove fu spesso attaccato dai troll, e la vide come parte di quella più ampia tendenza del capitalismo a cooptare e distruggere il dibattito della sinistra. La parte peggiore di questa esperienza è che spesso si trattava di persone che, facendo capo a fazioni diverse, ma tutte interne alla sinistra, si attaccavano tra loro, come ha raccontato Fisher nel saggio Exiting the Vampire Castle.

Dato che Fisher ha identificato la tendenza di alcuni elementi della sinistra a fare il lavoro del capitalismo per il capitalismo stesso, il modo in cui i meme su Fisher spesso distorcono o travisano la sua teoria, può essere ironico e problematico ma anche divertente. Ma c’è anche un altro aspetto, che è ancora più importante. I suoi meme spingono le persone ad approfondire le sue teorie. Noi abbiamo un problema con internet in quanto si tratta di uno strumento che ha un enorme potenziale che però risulta ambiguo in quanto può sia risvegliare la coscienza di classe, sia sopirla. E ho iniziato a pensare a questo aspetto durante il lockdown dell’autunno 2020 causato dal Covid, quando l’estrema destra ha iniziato a diffondere su internet diverse teorie del complotto. Ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin sosteneva che i media della sua epoca, spingessero le persone a desiderare di più, a voler possedere di più, più oggetti, più proprietà e che i fascisti indirizzassero questa tendenza verso la xenofobia e la guerra (entrambi atteggiamenti ostili e predatori). Oggi i social media fanno leva sullo stesso desiderio di fama e ricchezza e, ancora una volta, vediamo come le idee e le cospirazioni raccontate dall’estrema destra, riescano a distrarre le persone dal vero problema, cioè il capitalismo. Ho notato questa tendenza e ritengo che per contrastarla sia necessario costruire una narrazione di sinistra credibile e coinvolgente.

Come nel tuo libro precedente, Can the Left Learn to Meme?, in The Memeing of Mark Fisher, parli dei meme come di un qualunque altro prodotto culturale. In che senso ritieni che i meme possano «creare delle fessure nel sistema dell’oggettificazione capitalista»?

I meme non possono essere sempre letti in modo univoco, c’è sempre quell’elemento di imprevedibilità che ci fa sperare in qualcosa di diverso. Attraverso i meme e gli algoritmi, ciò che i politici raccontano spesso si modifica e cambia direzione e significato. Su internet i messaggi vengono confusi e interpretati diversamente. E questo meccanismo riguarda qualsiasi ambito. Io credo che il senso di astrazione creato collettivamente attraverso i meme possa destabilizzare il sistema e permettere a un barlume di luce di irrompere in un’esistenza che altrimenti sarebbe condannata al capitalismo più cupo. Ci sono anche molte persone che riescono a guadagnarsi da vivere e a raggiungere l’indipendenza economica attraverso piattaforme come Twitch, Patreon, Instagram. Ovviamente tutto questo alimenta l’economia dei dati e il sistema capitalista in generale. Eppure non possiamo negare che internet abbia un effetto di orizzontalizzazione. Ma si tratta di un processo intrapreso solo in parte, abbiamo raggiunto un punto in cui tutti potrebbero diventare ricchi e famosi, anche per caso, ma per la maggior parte delle persone questo ancora non avviene. La frustrazione che deriva da questo desiderio irrealizzato, causa risentimento e consente alla destra populista di prosperare.

Nel libro dici che ci servono i meme per sfidare la tendenza a una navigazione sempre più veloce che le piattaforme ci spingono a fare. E sostieni anche che la struttura stessa di internet sia di destra perché favorisce la divisione e la contrapposizione. È davvero possibile realizzare uno «slow meme movement» che incoraggi il pensiero critico? Te lo chiedo perché come doomer e come fruitore di meme di Mark Fisher, mi sembra che attorno a Realismo Capitalista, si sviluppi l’idea opposta: i meme accelerazionisti.

Certamente i meme sono sempre più veloci e nel mio libro parlo di come questa velocità renda difficile riuscire a capire il senso di quelli di Mark Fisher. Questo è decisamente ironico, da una parte è triste, dall’altra è divertente. Ultimamente i meme su Mark Fisher cooptano il messaggio anticapitalista di Fisher stesso, ma nel farlo lo portano ad alimentare l’algoritmo capitalista, arricchendo i giganti del web e indebolendo il suo messaggio. Io non credo che dovremmo abbandonare internet, e comunque non potremmo farlo. Piuttosto possiamo usare la sua struttura e provare invece a rallentare il nostro modo consumistico di utilizzarlo, creando lavori più orientati alla riflessione. Quando ho scritto su questo tema, avevo come riferimento il modo in cui Benjamin parla del flaneurism e della possibilità di creare costellazioni di meme e altri contenuti digitali nella speranza di poter comprendere meglio quali siano le forze sociali ed economiche che ci sono dietro, che portano alla loro realizzazione. In questo modo forse potremmo comprendere qualcosa della struttura economica e di classe che ha portato all’odierna cultura online.

A partire dalla copertina, The Memeing of Mark Fisher, funziona già come un meme di Mark Fisher in sé. E mi fa pensare al dibattito che si era aperto in Spagna sul modo in cui Fisher sia stato recepito perché è stato considerato un autore sacro, conosciuto solo attraverso libri, seminari, corsi e nel mondo accademico. La mia domanda è: credi che i meme su Mark Fisher siano più fedeli allo spirito del suo lavoro e alle sue idee rispetto ai saggi e agli articoli accademici che parlano di lui? The Memeing of Mark Fisher si può considerare anche una rivendicazione di questo approccio politico alla cultura pop digitale?

Credo sia una lama a doppio taglio. Sicuramente c’è un aspetto positivo in questi meme ed è il fatto che si tratti di un modo per diffondere il suo pensiero ma bisogna tenere a mente che Fisher era un teorico profondamente introspettivo. A volte era disturbato dalla cultura online per il modo in cui ostacolava le riflessioni e portava a chiacchiere inutili e al trolling. Per queste ragioni bisognerebbe pensare al fatto che sarebbe stato in qualche modo allarmato dall’uso dei meme da parte della sinistra. Ma penso anche che nella creazione e nella diffusione dei meme, ci sia un aspetto che va oltre il dibattito accademico e che è in linea con Fisher, sia per il suo interesse nei confronti della cultura pop, sia per il fatto che fosse un blogger. In realtà molti accademici sono rimasti delusi dal mio libro e pensano che, parlando di meme, io abbia in qualche modo svilito il pensiero di Fisher. Questo è molto divertente perché in realtà io difendo il suo pensiero.

Abbiamo bisogno di più meme su Walter Benjamin? Il tuo approccio riguardo la sua idea di riconfigurare il passato attraverso le costellazioni è molto interessante e ci fa immaginare nuove possibili relazioni con la cultura digitale.

Quello che dobbiamo fare oggi con la rete è quello che fece lui con le gallerie commerciali di Parigi nel XX secolo. Dobbiamo cioè comportarci come i flaneur che gironzolano per le strade della rete, creando le costellazioni con le immagini degli oggetti che scopriamo. Nel descrivere la stampa di Angelus Novus di Paul Klee acquistata nel 1921, Benjamin affermò che «Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

L’Angelo della Storia dipinto da Klee, con i suoi tratti quasi da cartone animato, è ritratto come la rappresentazione del momento presente, che guarda indietro alle rovine del passato. Questo implica che noi non andiamo avanti guardando verso un futuro dalle illimitate possibilità che possiamo modellare utilizzando gli strumenti e le conoscenze che abbiamo accumulato intorno a noi. Piuttosto, guardiamo indietro verso quei detriti lasciati alle nostre spalle, recediamo di fronte a un futuro condizionato dal modo in cui reagiamo a questo accumulo di esperienze passate. Ciò che Benjamin voleva fare era disegnare una costellazione con questi detriti culturali in modo da capire come si siano formati. Io credo che questo possa essere fatto attraverso la rete.

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