Sputiamo su Marx

Un Manifesto qualunque

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Claudio Cintoli e Marcanciel Stuprò, Liberazione N.d.R. 21. 03. 1974.

Pubblichiamo un testo di critica alla «maschilità» nato da un dibattito avviato sulla rivista online Effimera. Parallelamente, il festival Women Out of Joint. Il femminismo è la mia festa (28-29-30 settembre, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) porta avanti l’open call for papers dal titolo Dopo Hegel, su cosa sputiamo? alla quale qui si rimanda.

«Gli uomini che vogliono essere femministi non hanno bisogno di ricevere spazio nel femminismo. Devono prendere lo spazio che hanno nella società e renderlo femminista».
Kelly Temple

Che ruolo può avere il maschio all’interno di una teoria e di una prassi femministe ‒ per di più rigorosamente intersezionali? Di certo nessuno. Al di là delle facili reazioni di autocommiserazione1, il pensiero del maschio può tuttavia essere decolonizzato. Tale decolonizzazione corrisponde alla cacciata del maschio dal pensiero stesso, un processo che ha origine dalla maturazione di una coscienza di classe, oltre che di genere.

Il femminismo è per noi una questione di posizionamento, il risultato di un’interrogazione che si compie su di sé, o dalla quale si è improvvisamente scossi. Posizionarsi significa innanzitutto narrare se stessi nel proprio contesto materiale, produrre un’analisi storico-genealogica, biografica, politica, sociale ed economica della propria posizione all’interno (o ai margini) di una comunità. Solo a partire da questo processo è possibile confrontarsi con chi di questa narrazione fa o non fa parte, con chi è escluso o con chi esclude dai processi di soggettivazione. In questo senso, prendere posizione significa ripetere il medesimo gesto di Adrienne Rich che, riguardo ai rapporti tra femminismo bianco ed emarginazione nera, si domandava:

Come definisce la teoria una femminista bianca? È qualcosa che tutte le donne bianche producono o che fanno solo le scrittrici? […] Come lavoriamo per costruire una coscienza femminista bianca ed occidentale che non sia semplicemente centrata su se stessa e che resista ai limiti della cultura bianca? È stato attraverso la lettura di opere, e anche attraverso le azioni e i discorsi e i sermoni di cittadini neri statunitensi, che ho cominciato a capire il mio essere bianca come punto di posizionamento del quale avevo bisogno di sentirmi responsabile2.

Ciò che vogliamo fare è riflettere sull’individuo e sulle sue relazioni, a partire da interrogativi molto simili. Riteniamo, infatti, che farsi carico della propria responsabilità, ossia porsi come individuo-relazionato, significhi innanzitutto situarsi come intersezione – come uno snodo in cui i rapporti di potere si incontrano e si intrecciano, performando e replicando violenze e discriminazioni. Una pratica disponibile in qualsiasi luogo e a chiunque desideri prendere posizione, sottrarsi3 e resistere ai dispositivi di emarginazione e brutalizzazione.

Nel posizionarsi, l’individuazione di narrazioni egemoniche, rivela, fin da subito, che queste sono disposte ad accogliere la differenza, ma solo alle proprie condizioni: si permetterà a ciascuno di metter su famiglia, alla sola condizione che la famiglia rimanga la prima e la più importante delle istituzioni. Tale sussunzione delle differenze non fa che mostrare la persistenza di un’identità ben più radicata e fondamentale. Come vedremo, lo stesso binomio patriarcato/matriarcato poggia sulla riproposizione di un paradigma maggioritario (maschio, bianco, occidentale), in cui un potere conosce e riconosce i soggetti ai quali chiede parola. Posizionarsi non è, perciò, definirsi, giacché sono proprio le relazioni di potere a essere fondate sul riconoscimento, ossia su una serie di definizioni: le meccaniche rappresentative (come, ad esempio, il femminismo istituzionale o il sindacalismo universitario), si fondano su tali processi di esclusione-inclusione delle soggettività materiali. Il rischio insito in queste produzioni discorsive è quello dell’astrazione e della generalizzazione; un limbo in cui il non-bianco, o il non-maschio, divengono categorie sotto le quali sussumere individualità concrete. Ciò che si va a generalizzare sono i corpi, intrappolati in una performatività che trasforma il fare quotidiano in abitudine, e quest’ultima in relazione di potere. Il limite di tale processi di astrazione è la natura tautologica delle definizioni che offrono: il maschio è definito dalla propria performatività, a sua volta definita da discorsi e da narrazioni sull’essere-maschio. Ciò che in questo modo si viene a produrre è l’altro, uno sfondo indistinto dal quale si può essere, di volta in volta, autonomi o dipendenti.

Lo scarto, la scoria dell’astrazione generale, è perciò il corpo individuante: ciò che resiste (con la sua scorta di non-detto e di indicibile), all’interrogazione da parte del potere. A essere generalizzata dalle politiche rappresentative è proprio questa inesauribile specificità, nonché l’unicità delle esistenze singolari. L’intersezionalità chiama ciascuno a prendere atto della propria universalità insurgente: un netto rifiuto tanto delle politiche, giustappunto, paternaliste (fondate su sicurezza e diritti), quanto di soluzioni che non prevedano il confronto diretto tra attori politici. A essere universale è proprio la possibilità di non essere unicamente vittime o elementi passivi, ma anche fautori della propria e dell’altrui liberazione. Si tratta:

Di un nuovo genere di universalità. Non di qualcosa che preesiste ma di una rottura con lo stato di cose presente. Un esempio classico è la rivoluzione haitiana, che avvenne dopo la rivoluzione francese, e che evidenziò come la Francia possedesse ancora delle colonie nelle quali vigeva la schiavitù, nonostante quel che stava accadendo proprio in Francia. Questo nuovo universalismo non presuppone alcun astratto portatore di luce, ma si riferisce a individui particolari e concreti ‒ donne, poveri e schiavi ‒ e alla loro agenzia politica e sociale4.

Un chiaro monito su come non sia possibile narrare storie generali – specificando che chi pretende (consapevolmente o meno), di poterlo fare non farebbe altro che dar vita all’ennesimo dispositivo di emarginazione e vittimizzazione.

Rifiutare l’oppressore significa, al tempo stesso, rifiutare il suo schema di dominazione, ed è proprio per questo motivo che riteniamo il posizionamento incompatibile con le politiche rappresentative. La lotta di classe, il femminismo, l’antifascismo, l’ecologismo e l’anti-colonialismo (vera meta finale dell’anti-razzismo), non possono essere portati avanti se non in una prospettiva non gerarchizzata e materialmente situata, che ne unifichi gli intenti e ne riconosca la medesima radice. Il fallimento delle politiche top-down, così come di quelle dal basso (verso l’alto), è l’effetto, oggi evidente, di una basilare sottovalutazione del potenziale insurgente delle singolarità – nonché dell’avvizzimento di strutture di potere ormai logore5. Come accennato in precedenza, l’opposizione patriarcato/matriarcato, seppur diluita e banalizzata nella figura di un governo femminista, non farebbe che ripetere e riproporre, in veste femminile, la struttura gerarchica patriarcale, vanificando gli sforzi dei movimenti di emancipazione – un esempio trasponibile a qualsiasi prospettiva di aspirazione maggioritaria.

Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione6.

E la vergogna d’essere uomo non la proviamo soltanto nelle situazioni estreme […], ma anche in condizioni insignificanti, di fronte alla bassezza e alla volgarità dell’esistenza che pervadono le democrazie, di fronte alla propagazione di questi modi di esistenza e di pensiero-per-il-mercato, di fronte ai valori, agli ideali e alle opinioni della nostra epoca7.

Posizionarsi, per noi maschi-bianchi-occidentali-benestanti, significa dunque avere ben chiara la nostra condizione maggioritaria; condizione che permette di misurare diritti e doveri rispetto alla nostra autorappresentazione, alla condizione dominante di chi ha già tutto e desidera per gli altri lo stesso tutto, senza tuttavia rinunciare alla propria sicurezza di possessori e possidenti. Un potere che si apre all’altro, nella misura in cui tale altro sia pronto a riconoscere la nostra condizione come stato di cose ideale verso il quale puntare: l’ignominia delle possibilità di vita che ci sono offerte appare dall’interno8. Affondiamo tutti assieme, incatenati al desiderio di un futuro mondo possibile: quello del Maschio.

E dobbiamo ammettere, nostro malgrado, che le possibilità di vita che ci offriamo sono, bene che ci vada, di una noia sconfinata, quando non si presentano come un continuo e sfiancante inseguimento alla normalizzazione dell’altro, alla sua traduzione nel nostro linguaggio. Di conseguenza, anche tutto ciò che è presente in noi di altro (l’attrazione per un altro uomo, il rifiuto della nostra stessa repressione, un corpo e un ceto che non rientrano nel canone maggioritario), dovrà essere analizzato, sezionato, riportato. Laddove ciascuno potrebbe entrare in uno spazio di narrazione individuale ‒ di incontro, scontro, rielaborazione e ricombinazione ‒ è altresi richiesta una produzione di testo, di codice, di completa leggibilità. Noi uomini ci neghiamo come singolarità, in nome dell’universale Maschio, il quale è sempre un accumulazione, sia essa di merci, di denaro, di leggi o di conoscenza d’archivio.

A nostro parere è proprio su questa repressione che dovremmo agire, una repressione che sembra riscrivere e riproporre le vecchie categorie di sfruttatore/sfruttato (superate, nel linguaggio e nella rappresentazione, dall’avvento della quasi totale sussunzione da parte del mercato), sotto una nuova luce: maschio-maggioritario-represso/donna-minoranze-oppressa.

Non si tratta di considerazioni elaborate ai fini dell’originalità teoretica, della piacevolezza stilistica o dell’affidabilità accademica. Non pretendiamo di dettare (né di suggerire) le regole della lotta e del conflitto, invitiamo alla presa di coscienza e alla rinuncia della posizione dominante del Maschio. In fondo, ciascuno di noi sa bene di essere:

una merda, una merda infima e abietta
9.

Il Maschio ha adibito il palcoscenico sul quale viene messa in scena la farsa della sua sconfitta. Tale allestimento dev’essere a sua volta smascherato per ciò che è, abbandonato e dato alle fiamme. La storia recente, soprattutto quella dei cosiddetti movimenti di emancipazione, è costellata da uomini audaci e capaci, pronti ad indicare il piano di riferimento su cui si potranno infine far apparire tutte le differenze. Il marxismo, in molte delle sue declinazioni, non sfugge a questa regola. La strategia è tendenzialmente stata quella di fornire un fondamento (trascendentale o diagrammatico che sia), un piano-zero su cui tutte le differenze potessero essere finalmente appiattite (risuona il grido: Tutti uguali). Ma come spesso accade in questi casi, si è tralasciato un particolare rilevante: il fondamento è sempre arbitrario, essendo modellato su un determinato prototipo di essere umano.

L’essere umano di cui si parla in questo caso sembra essere un corpo-zero, incapace di fare altro se non vivere e produrre oggetti atti al consumo; un corpo produttivo, più che riproduttivo; un corpo produttore di merci sulle quali apporre il proprio marchio di possesso (anche i figli sono stati intesi in questo modo, e uno dei fondamenti della società patriarcale è appunto la proprietà privata del figlio, non a caso la classe oppressa viene chiamata proletariato). L’essere umano marxista è un uomo proprietario; proprietario di prole, di donne, di merci, di strumenti, di piante e animali.

Le difficoltà che certe politiche incontrano nel confrontarsi con il discorso inclusione/esclusione (asperità che non appaiono soltanto rispetto al discorso femminista, ma anche, e con le stesse modalità, in tutti i discorsi sulle minoranze), sorgono, a nostro parere, dall’originaria difficoltà di liberarsi da questa primitiva configurazione imperialista. Ci si ritrova spesso immersi in una dialettica impantanata tra il rispetto aprioristico di minoranze ormai riconosciute (ingiunzione tipica di una certa corrente democratica, incline a difendere credenze e religioni altre, e che sembra aver scordato come la religione sia l’oppio dei popoli), e la richiesta fatta a queste stesse minoranze di costituirsi come tali, sebbene nel riquadro umano-politico tracciato dal marxismo delle origini (una richiesta di acculturazione, una rincorsa all’idea di egemonia culturale, e tuttavia più incline all’egemonia che alla cultura).

La politica rappresentativa, come l’Impero dal quale essa ha avuto origine, è in grado di assimilare unicamente alle proprie condizioni: l’esterno deve sempre passare dall’interno, senza che sia mai possibile l’inverso. L’inclusione condizionata è l’avanguardia dell’Impero, e la cattiva coscienza del Maschio sta tutta in questa attitudine ad erigere fortezze, muraglie e frontiere, nonché in una certa passione collaterale per le parole d’ordine. Ciò che testardamente si mantiene al di là del periferico, al di fuori del confine ‒ ciò che non può essere criticato, assimilato, addomesticato o convertito ‒ dovrà necessariamente essere distrutto o, peggio, ignorato. Un fatto che è sotto gli occhi di tutti, talmente evidente da non richiedere alcuna erudizione filosofica, sociologica o umanistica ‒ talmente lampante che solo una cattiva coscienza giungerebbe a negarlo. La costituzione di un desiderio senza aspirazioni maggioritarie nasce da una presa di posizione assolutamente singolare e irriconoscibile, da un salto in una modalità di composizione collettiva ignota anche a noi stessi: La donna non va definita in rapporto all’uomo, e tanto meno, aggiungiamo noi, in rapporto ai suoi bisogni, al suo volere, ai suoi desideri e alle sue invenzioni. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà10.

Note

Note
1Come nel caso della recente nascita di alcuni movimenti per i diritti maschili, capitanati, nel mondo anglosassone, dal professore canadese Jordan Peterson, si veda Jordan Peterson and the Return of the Men’s Rights Movement, The Washington Post 24 luglio 2018; e ancora in stato embrionale in Italia, si veda Ciao Maschio, di Elisa Cuter, Not 12 giugno 2018
2Rich A., La Politica del Posizionamento, in Adrienne Rich’s Poetry and Prose: Poems Prose Reviews and Criticism, Norton & Co., New York, 1993; disponibile in italiano all’indirizzo: http://www.medmedia.it/review/numero2/it/art3.htm
3Sul tema della relazione tra sottrazione e posizionamento, riteniamo interessante la proposta, per certi versi pre-politica e proto-teorica, di Simon Springer, delineata in questo breve paper‒ da qualche tempo al centro di un animato dibattito: https://www.academia.edu/23908958/Fuck_Neoliberalism.
4Il concetto di universalità insurgente è stato delineato da Haider Asad in Trump and the Muslim Question, Jacobin 16 novembre 2016; per ulteriori informazioni si veda: How Identity Politics Has Divided the Left: an Interview with Asad Haider, The Intercept 27 maggio 2018
5Esemplare in questo senso l’ormai celebre articolo di Mark Fisher, Exiting the Vampire Castle
6Lonzi C., Manifesto di Rivolta Femminile in Sputiamo su Hegel e altri scritti, et al., Milano, 2010, p.5
7Deleuze G. e Guattari F., Che cos’è la filosofia?, Piccola Biblioteca Einaudi, 2002, pp.101-102.
8Ibidem.
9Solanas V., S.C.U.M. Manifesto per l’eliminazione dei maschi, p.14 del PDF disponibile al seguente indirizzo: http://kunsthallezurich.ch/sites/default/files/scum_manifesto.pdf.
10Lonzi C., cit.

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