Post-(cyber)punk cities

A 150 anni dalla Comune di Parigi

Alfredo Jaar Be Afraid of the Enormity of the Possible (2015)
Alfredo Jaar, Be Afraid of the Enormity of the Possible (2015).

Pubblichiamo un breve estratto, appositamente riadattato per noi, dell’intervento di Giuseppe Allegri, dal titolo Il quinto stato nell’era digitale. Reti di città e reddito di base oltre il collasso del sociale, contenuto nel volume di Sergio Bellucci, AI-Work. La digitalizzazione del lavoro, recentemente uscito per i tipi di Jaca Book e pensato prima della pandemia, in occasione dei quindici anni dall’edizione del precedente E-work. Lavoro, rete, innovazione (DeriveApprodi, 2005), di cui questo libro rappresenta un aggiornamento, accogliendo anche altri interventi, seguendo l’indice: Giuseppe Conte, Lelio Demichelis, Serena Dinelli, Alfonso Gianni, Antonio Marturano, Mimmo Carrieri e Fabrizio Pirro, Matteo Gaddi, Roberto Ciccarelli, Paolo Caputo e Matteo Minetti, Francesco Demitry e Daniele Gambetta, Alessandro Mauriello. Un libro, singolare e collettivo, che merita una sua apposita riflessione. Intanto ecco un’anticipazione, ringraziando l’autore per l’occasione di collaborare a questo infinito dialogo e ricerca comune.

L’automazione, sommata alla flessibilità della macchina informatizzata, determina una sorta di «collasso del sociale» inserito nel ciclo produttivo e, quindi, nel corpo vivo del mondo del lavoro; un’implosione che, molto probabilmente, ancora non ha prodotto i suoi esiti finali. In altre parole, un continente è in emersione. Una terra smaterializzata che produce effetti diretti anche all’interno dei territori classici.

S. Bellucci, 2005, 142 

L’idea è tempo. Vivere nel futuro. Guarda come scorrono quei numeri. I soldi creano il tempo. Una volta era il contrario. Gli orologi hanno accelerato l’ascesa del capitalismo. La gente ha smesso di pensare all’eternità. Ha cominciato a concentrarsi sulle ore, ore misurabili, ore lavorative, e a usare il lavoro in modo più efficiente.

Don DeLillo, Cosmopolis, 2003

Cosmopolis come antropologia cosmopolita

Quindici anni dopo l’affermazione di Sergio Bellucci riportata in epigrafe sembra di essere giunti al consistente dispiegamento di questo collasso del sociale, non solo nelle forme di produzione e lavoro, ma anche e soprattutto nelle forme di vita e relazione tra esseri umani, ambiente, società, istituzioni, tanto più dinanzi alla duratura pandemia globale – vera e propria sindemia – sospesa tra immateriali accelerazioni degli automatismi digitali e materialissime prestazioni al cottimo della logistica amministrata da piattaforme algoritmiche.

Del resto, già agli inizi degli anni Novanta del Novecento il grande studioso e visionario Pierre Lévy ci esortava a pensare lo spazio della tecnica oltre la società, osservando che «la tecnica in generale non è né buona, né neutra, né necessaria, né invincibile. È una dimensione, ritagliata dalla mente, di un divenire collettivo eterogeneo e complesso nella città del mondo» (Lévy, 2000, p. 199, ma l’edizione originale è del 1990), insistendo sul fatto che le trasformazioni vissute dentro la tecno-crazia evidenzino come ci siano «strette relazioni tra uomini, bestie, microbi, proteine, leggi, paesaggi, piante, ecosistemi […] dove il campo di manovra è molto più vasto della società. Si potrebbe chiamare Terra questo meta-luogo sociale; in essa non si fa distinzione tra entità viventi o inerti, tra uomini e cose, tra piccoli (microbi) e grande (paesaggi rurali, ecosistemi)… il progetto di una democrazia tecnica si fonda su una antropologia cosmopolita (Ivi, sottolineatura dell’Autore)».

L’anacronismo come un’arma collettiva: Post-(cyber)punk cities

Ecco che nell’infinita nuova grande trasformazione capitalistica che stiamo vivendo, per riprendere la classica formula cara a Karl Polanyi e quindi a Yann Moulier-Boutang (1997), ulteriormente accelerata dalle innovazioni tecnologiche del governo dell’algoritmo nell’era digitale e dell’automazione a venire, «la città contemporanea si estende all’insieme del mondo (cosmopolis)» (Lévy, 2000, p. 198) e dalla città alla Terra gli effetti del Capitalocene, dentro, dopo e oltre l’Antropocene, innervano l’intero sistema-mondo, il vivere in comune sul globo. La città torna ad essere spazio del riadattamento immerso nelle proprie rovine, dentro la MetaCity globale del Web nei suoi effetti psichici e materiali, per dirla con quel William Gibson, che nel cuore degli anni Ottanta ci ha descritto il futuro del cyberspace e l’attitudine cyberpunk con la trilogia dello Sprawl o dell’Agglomerato, Neuromancer-Neuromante (1984), Count Zero-Giù nel cyberspazio (1986) e Monna Lisa Overdrive-Mona Lisa cyberpunk (1988): «le città, per sopravvivere, devono essere capaci di lunghe fughe di riadattamento. Solo le città più adolescenti non hanno ancora mai visto le proprie rovine» (W. Gibson, 2011, p. 100). Dimorare tra le proprie rovine, sopravvivere alla propria sepoltura. E alla tragedia della sepoltura in solitudine dei propri cari dinanzi agli infami effetti – fisici, psichici, relazionali – di questa infinita, essa sempre infame, pandemia. Ma noi proviamo a pensare di nuovo un cortocircuito temporale, tra una certa tensione post-futuristica degli anni Settanta-Ottanta europei, oltre il no future del punk, verso il cyberpunk, appunto, e un vuoto di prospettiva presente in questi anni Venti.

«Il ritorno al periodo post-punk è la strada verso un presente alternativo», quell’anacronismo come arma, proprio a partire dalle città d’Europa, osservava il nostro amato, sofferente, Mark Fisher nel 2011, commentando Savage Messiah libro di Laura Oldfield Ford, mappatura immaginifica sulle trasformazioni di una Londra intrisa di un senso di perdita, in cui «la necessità di documentare la natura transitoria ed effimera della città è diventata sempre più urgente, mentre il processo di recinzione e privatizzazione avanza a grande velocità», perciò con l’urgenza di dare la parola a tutti «coloro che sono stati ufficialmente sconfitti: i punk, gli squatter, i raver, gli hooligan del calcio e i militanti dimenticati di una storia che li ha cancellati senza pietà dalla sua SimCity amica della finanza. Savage Messiah rivela un’altra città, una città che sta subendo un processo di sepoltura» (Fisher, 2019, pp. 253-263). La città sepolta che dimora tra le sue rovine, quelle rovine che ora ci appaiono nelle saracinesche abbassate, sprangate, desolate, di attività fallite in seguito ai lockdown necessari per provare a ostacolare il diffondersi della pandemia.

Forse è proprio qui che si può aprire lo spazio per costruire una resistenza collettiva a quest’espansione neoliberale, alla proliferazione infinita di banalità e agli effetti omologanti della globalizzazione. Qui, nei centri commerciali sventrati dal fuoco, nelle zone sbarrate da assi inchiodate, nelle cittadelle dimenticate del consumismo forse sarà possibile trovare la verità, aprire nuovi territori, spezzare quest’amnesia collettiva (così una citazione da Savage Messiah di Laura Oldfield Ford, riportata in Fisher, 2019, p. 263).

AI-Work, Commonfare, città in festa e sodalizi metropolitani

E allora, dagli anni Ottanta del Novecento, con l’avvio thatcheriano-reaganiano delle nuove recinzioni proprietarie dell’epoca neoliberale, ecco di nuovo le città come spazio dove re-immaginare pratiche di riappropriazione della ricchezza sociale collettivamente prodotta, redistribuendo quella bulimica produzione finanziaria della «skizo-economia» (Berardi, 2017, p. 287, ma in realtà del 2004), sempre più recintata nel cyberspace delle accelerate operazioni fintech degli anni Zero e Dieci e in preda a un possibile «collasso psichico dell’economia» (ancora Berardi, 2017, p. 289). Ma per fare ciò è necessario tenere insieme materiale e immateriale, dimensione scalare e riproducibilità multilivello, connessioni economiche reticolari e scomposizione molecolare dei poteri, orizzontalità di relazioni e verticalità di azione, contrattazione capillare con i nuovi monopolisti delle Big Tech e invenzione sociale di nuove istituzioni dove poter realizzare e condividere quel Commonfare, benessere comune nella cooperazione sociale, che contesta la privatizzazione e l’impoverimento del Welfare, tenaglia nella quale è imprigionata la doppia generazione precaria (cfr. diffusamente Fumagalli et alii, 2019, e Aa. Vv., Generazioni precarie, 2018), così come quella parte di società che nella pandemia soffre le conclamate inadeguatezze sanitarie, nel caso italiano anche dinanzi al conflitto, spesso propagandistico e demagogico, tra classi dirigenti nelle autonomie regionali e lo Stato centrale.

Questa è la sfida che quindici anni fa appariva nascosta tra le pieghe di una certa interpretazione, evolutiva, conflittuale, aperta di E-work e che tuttora mantiene la sua irrisolta attualità, affrontata proprio in questo libro di Sergio Bellucci AI Work. La digitalizzazione del lavoro: la necessità di innescare e condividere una immaginazione istituzionale che sia concretamente situata nei mutamenti delle forme di vita e di lavoro che il capitalismo digitale impone, dentro il collasso del sociale dell’economia e delle metropoli, per ripensare la società e le città, l’ambiente e i territori, in un’ottica ecosistemica, consapevoli dei duraturi danni prodotti dai fattori che ci hanno condotto alla crisi pandemica. Per una rigenerazione artistica, poetica, lirica, immaginifica delle città come sodalizio metropolitano, nella sua tensione verso un uso post-capitalistico, cooperativo e solidale, di un nuovo abitare insieme, nella ricerca del benessere comune, della città contro il potere sovrano, tra innovazione tecno-sociale e sperimentazione pratica dove incentivare «la costruzione, esteticamente sperimentale, di reti-fai-da-te nel bel mezzo delle macerie: abilità di estrapolare la teoria dai suoi contesti ed inserirla in una intransigenza gioiosa e traviata» (Berger, 2016, p. 30).

Do It Yourself, certo, come il (post-)punk, anche! Quindi la città ripensata come spazio pubblico non statale, di una gioiosa opera d’arte collettiva, nel centocinquantenario della «più grande festa del XIX secolo», la Comune di Parigi, quando artisti e artigiani, maestre e maestranze, insieme con le Comunarde (un recentissimo e gran bel libro di Federica Castelli, Comunarde. Storia di donne sulle barricate) dichiararono l’urgenza di riappropriarsi del lusso comune, portando nella dimensione pubblica, comune, collettiva, della Repubblica Universale, la capacità di produrre e condividere lussuosi capolavori precedentemente richiesti per abbellire gli interni di nobili, privati, palazzi, dove rimanevano chiusi. Perché, oggi come centocinquant’anni fa, c’è una diffusa intelligenza collettiva, in dialogo solidale e fraterno con l’automa che verrà, quando «persino la parola computer suona stupida e antiquata» (DeLillo 2003, ancora, già!), pronta ad affermare, di nuovo: Lavoreremo insieme per la nostra rigenerazione, il lusso comune, gli splendori futuri e la Repubblica Universale (così il Manifesto della Federazione degli artisti, Parigi, aprile 1871).

Bibliografia

Allegri G., Il reddito di base nell’era digitale. Libertà, solidarietà, condivisione, Fefè editore (2018)
Allegri G. – Ciccarelli R., Il quinto stato, Ponte alle Grazie (2013)
Allegri G. – Ciccarelli R., What is the Fifth Estate?, in OpenDemocracy, 27 (2014)
Allegri G., Del Pico S., Fumagalli A., Gobetti S., Morini C., Santini L., Serino R., Generazioni precarie. Una conricerca tra percezione del rischio, bisogni emergenti, welfare dal basso, Università degli Studi di Trento (2018)
Bellucci S., E-work. Lavoro, rete, innovazione, DeriveApprodi (2005)
Berardi F., Quarant’anni contro il lavoro, a cura di F. Campagna, DeriveApprodi (2017)
Berger E., Accelerazionismo grunge, Rizosfera/I forti dell’avvenire, Rizosfera edizioni (2016)
Caruso L. (a cura di), Trasformazioni del lavoro nell’economia della conoscenza. Analisi, esperienze, conflitti, Edizioni Conoscenza (2012)
Fisher M., Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, minimum fax (2019)
Fumagalli A., Giuliani A., Lucarelli S., Vercellone C., Cognitive Capitalism, Welfare and Labour. The Commonfare Hypothesis, Routledge (2019)
Gibson W., Vivere a Meta City, in «Le Scienze», novembre (2019)
Heller Á., L’ideale del lavoro dal punto di vista della vita quotidiana in Id., La teoria, la prassi e i bisogni. La critica della vita quotidiana in sei saggi, a cura di L. Manconi e A. Vigorelli, Savelli (1978)
Lévy P., Le tecnologie dell’intelligenza. Il futuro del pensiero nell’era dell’informatica, Ombre Corte (2000)
Lévy P., L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli (1996)
Moulier-Boutang Y., Le capitalisme cognitif. La Nouvelle Grande Transformation, Éditions Amsterdam (1997)
Ross K., Lusso comune. L’immaginario politico della Comune di Parigi, a cura di M. Pezzella, S. Taccola, Rosenberg&Sellier (2020)
Van Parijs P. – Vanderborght Y., Il reddito di base. Una proposta radicale, Il Mulino (2017)

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