Un’amara vittoria

L'Internazionale Situazionista in un libro di Gianfranco Marelli

Guy Debord The naked city 2
Guy Debord, The Naked City (1956).

Dopo oltre vent’anni dalla prima edizione (1996) de L’amara vittoria del situazionismo. Storia critica dell’Internationale Situationniste 1957-1972, Gianfranco Marelli torna con una nuova edizione dell’opera (Mimesis, 2017), frutto di una passione e di uno studio mai interrotti. Molti sono i dati e le storie che si aggiungono alla edizione originaria, ma invariato rimane il suo giudizio finale sulla parabola di quella che il filosofo Mario Perniola definisce l’ultima avanguardia del XX secolo: come gli stessi situazionisti nel primo articolo del numero (giugno 1958) della loro rivista parlano di «amara vittoria del surrealismo», giacché «non essendo stata fatta la rivoluzione, tutto ciò che per il surrealismo ha costituito un margine di libertà si è trovato riverniciato e utilizzato dal mondo repressivo che i surrealisti hanno combattuto», così «La fine dell’Internationale Situationniste coincise con il successo del situazionismo, non perché la società contemporanea avesse assorbito, in tutti i suoi strati sociali, l’implacabile critica rivoluzionaria al punto da essersi convinta della verità delle prospettive situazioniste – ché in tal caso sarebbe stata una dolce vittoria – ma perché la mancanza di condizioni realmente rivoluzionarie, dopo i turbinosi avvenimenti del Maggio francese, aveva consentito al dominio capitalista di recuperare ed assimilare le istanze innovative di questo movimento – del quale i situazionisti rappresentano sicuramente una delle espressioni più radicali – e di riutilizzarle come antidoto alla crisi di valori che l’aveva condotto ad uno stato di sbandamento e confusione, causato dalla messa in discussione di tutti i meccanismi di legittimazione, rappresentazione, riproduzione del potere» – questa la sua amara vittoria.

Il corposo volume si suddivide in quattro parti. La prima racconta la preistoria dell’Internazionale Situazionista, illustrando i prodromi del suo bagaglio di idee già presenti nell’ Internazionale Lettrista – scissione da sinistra del movimento lettrista di Isidore Isou alla quale originariamente appartiene anche il francese Guy Debord – e nel Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista – che raccoglie adesioni che vanno dal Movimento nucleare di Enrico Baj e Sergio Dangelo ad ex-membri del gruppo CO.BR.A, a partire da Asger Jorn, che, insieme al Comitato psico-geografico di Londra danno vita appunto, nel luglio del 1957, all’Internazionale Situazionista, fondazione sancita dal Rapporto sulla costruzione di situazioni. La seconda dà conto del primo periodo di vita del movimento, fin dall’inizio contrassegnato dalla dialettica, per certi versi feconda, tra l’ala artistica e l’ala politica che però ben presto degenera in aperto contrasto con la prima che a poco a poco viene messa ai margini dalla seconda. La terza si apre con la definitiva epurazione dell’ala artistica, con la Conferenza di Göteborg del 1961, e continua con l’illustrazione del pensiero situazionista del periodo maturo. La quarta narra il momento in cui quest’ultimo viene messo di fronte alla prova dei fatti, a seguito dello scoppio del memorabile Maggio parigino, nell’ambito di un clima di contestazione che, come si sa è mondiale, anticipato due anni prima dallo scandalo di Strasburgo, ma anche – subito dopo questi fatti – l’inglorioso sciogliersi del movimento come neve al sole.

Già nell’Internazionale lettrista si cominciano ad elaborare concetti che poi passeranno al movimento situazionista, a partire dalla stessa costruzione di situazioni – impresa alla quale «dovranno concorrere una critica del comportamento, un urbanismo influente, una tecnica degli ambienti e dei rapporti, di cui noi conosciamo i principi fondamentali» – ma anche l’Urbanistica Unitaria – che della costruzione di situazioni è una sorta di preannunzio – la deriva – ove «l’analisi del tessuto urbano» si coniuga «con le modificazioni che in esso intervengono da parte degli aspetti ecologici e psicogeografici che ogni ambiente determina e condiziona» – la psicogeografia stessa – che studia con leggi scientifiche, ma ancor più rappresenta in forma cartografica «le esperienze e i comportamenti che lo spazio trasmette all’individuo» – nonché la fondamentale tecnica del détournement. Il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista si occupa invece soprattutto, con l’apporto fondamentale di Jorn, di attaccare «il carattere normalizzatore del progetto racchiuso nella nuova Bauhaus di Ulm» – la più eminente roccaforte del funzionalismo allora in voga – col suo «carattere indirizzato a fare dell’artista uno strumento dell’industria, che vincola l’opera dell’artista entro un linguaggio tecnico nel quale la forma e l’utilità negano completamente la libera sperimentazione artistica», cui l’artista danese contrappone «L’artista sperimentale (che) deve sottomettere l’industria, e sottometterla ai suoi fini non utilitari», affinché si possa scongiurare «un automatismo completo, una trasformazione della nostra intelligenza in un riflesso istintivo e standardizzato». Il Primo Congresso Mondiale degli Artisti Liberi ad Alba (1956), mettendo insieme i membri dei due gruppi, costituisce il presupposto per la fondazione, di lì a meno di un anno, dell’Internazionale Situazionista.

Il primo periodo dell’Internazionale Situazionista è quello in cui si sviluppano al suo interno episodi interessantissimi, come quello della Pittura Industriale dell’artista italiano Giuseppe Pinot Gallizio – «che, soddisfacendo l’aspetto quantitativo della produzione artistica, mirava ad inflazionare il mercato delle opere d’arte, distruggendo al contempo l’aura, l’idea di unicità, dell’opera artistica e la cosiddetta genialità del creatore» – o come l’Urbanistica Unitaria – che per l’artista ed architetto olandese Constant e Debord è il «frutto di una creazione collettiva di tipo nuovo che esula da questioni di carattere estetico per divenire uno stile di vita in grado di sintetizzare le prospettive sociali, psicologiche ed artistiche insite nella situazione costruita». Tanto Gallizio quanto Constant vengono però presto estromessi dal movimento: se le ambizioni di pittore del primo mal si accordano alla lunga con il progetto rivoluzionario del movimento, la visione del secondo, tesa a non puntare sulla maturità del proletariato per una azione rivoluzionaria e dunque persuaso, come altri personaggi cui pure tocca la stessa sorte, che il movimento deve lavorare innanzi tutto sul piano artistico, altrettanto male collimano con la visione della tendenza guidata da Debord, che fin dalla fine degli anni Cinquanta comincia a parlare dell’insoddisfazione del proletariato rispetto allo sterminato spettacolo delle merci. La prima epurazione degli elementi artistici avviene con la conferenza di Londra del 1960, mentre il Manifesto dello stesso anno puntualizza «l’Urbanistica Unitaria come superamento dell’arte, e la sua realizzazione nella critica della vita quotidiana».

Completata l’epurazione dell’ala artistica a Göteborg (1961) , finalmente l’Internazionale Situazionista, pur avendo ampiamente sfoltito il suo organico effettivo, vive un periodo di maggiore tranquillità, nel corso del quale precisa le sue posizioni anche e soprattutto sul piano politico e si avvicina all’ambiente delle compagini antagoniste rispetto al sistema capitalista, pur tendendo sempre ed accuratamente a distinguersi da chiunque. Il movimento è contro i gruppi che, alla maniera di Lenin, pensano ad una avanguardia di «rivoluzionari di professione» che seguirebbe le masse, per questo la destalinizzazione avviata da Kruscev è ai loro occhi assolutamente insufficiente, in quanto non mette realmente in discussione un sistema basato sulla burocrazia di stato. È contro tutti i maoismi, castrismi e guevarismi, in quanto appunto dietro l’angolo non celano realmente una società comunista bensì una società ove una élite al potere è »«padrona del proletariato». Ma il loro avversario più prossimo è naturalmente il capitalismo avanzato del blocco occidentale, con la sua iperprogrammazione del consumo che mantiene il proletario in uno stato di ottusa contemplazione. Lo stesso concetto di proletariato viene radicalmente rivisto rispetto alla tradizione marxista, giacché per essi proletari sono tutti gli esecutori, ovvero la maggioranza degli abitanti della società spettacolare, la cui vita è eterodiretta da una minoranza di organizzatori. Vari brani contenuti nei numeri della rivista usciti nel pieno degli anni Settanta, ma anche due volumi come La società dello spettacolo di Debord e il Trattato sul saper vivere. Ad uso delle giovani generazioni di Raoul Vaneigem, mettono a fuoco tali tematiche.

Infine arriva il Maggio parigino del 1968, quando i fatti sembrerebbero dare ragione all’Internazionale Situazionista che ha scommesso sull’insoddisfazione – e quindi sulle pulsioni rivoluzionarie – del proletariato. Qui i suoi membri si giocano una battaglia complessa e cruciale, tesa a indirizzare la mobilitazione nel senso di un completo rifiuto di tutte le forme rappresentative e produttive della società occidentale, mettendo alla prova anche le loro pur non originali idee consiliariste, che però essi sfrondano di un certo economicismo concependo i consigli quali strumenti in cui si esplicherebbe la rivoluzione della vita quotidiana. I situazionisti non combattono quindi tanto con le forze della repressione statale, ma, convinti da lungo tempo di essere i formulatori della teoria che serve al proletariato per realizzare i suoi stessi desideri, gareggiano con le varie tendenze leniniste, staliniste, maoiste, e tanto più cercano di preservare l’esplicarsi malcontento dalla funzione dolcemente poliziesca del PCF e della CGT, che finiscono per svendere tutti i grandi obiettivi rivoluzionari in cambio degli esigui aumenti salariali sanciti con accordi di Grenelle insieme al governo Pompidou.

Ma il Maggio non è che una sorta di canto del cigno per l’Internazionale Situazionista, che, dopo il numero della rivista che ne analizza i fatti (1969) non è più in grado di produrre alcuna teoria che la porti fuori dall’impasse in cui è caduta dopo quel rovente mese, per quanto voglia credere che il Sessantotto abbia rappresentato l’inizio di un’epoca. Il defilarsi di Debord dalla direzione editoriale della rivista illumina la difficoltà degli altri – pochi – compagni superstiti di portare avanti autonomamente un discorso teorico forte, mentre le espulsioni continuano ad assottigliare il movimento in un drammatico imbastardirsi degli stessi rapporti umani. Alla fine, rimasto il solo Debord con il suo giovane sodale Gianfranco Sanguinetti, l’Internazionale Situazionista non può che ufficialmente sciogliersi (1972). Nello stesso anno Debord e Sanguinetti scrivono La véritable scission dans l’Internationale esprimendo il loro punto di vista sulla parabola dell’Internazionale Situazionista e sul suo dissolversi, ma da allora in poi fioccheranno interpretazioni anche molto contrastanti su ogni momento della vita di questo controverso e intrattabile, eppure singolare e affascinante, movimento.

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