Vie di fuga e giochi d’azzardo

Group of Six Authors, Exhibition-action on the Republic Square, Zagreb, 25. 10. 1975, 1975, bw photograph, 90 x 140 mm (2), Marinko Sudac Collection (1000x669)
Group of Six Authors, Exhibition-action on the Republic Square, Zagreb, 25. 10. 1975 - Marinko Sudac Collection.

Chiamarla sconfitta è inadeguato. Non rende l’idea di quel che è davvero successo domenica scorsa. Minimizza tanto da trarre in inganno. Sconfitte furono quelle del 1994, del 2001 e del 2008, quando il partito che di volta in volta si chiamava Pds, Ds e Pd perse le elezioni e andò all’opposizione pensando a una più o meno rapida rivincita. In tutti e tre quei casi, come di norma nelle democrazie dell’alternanza, il partito sconfitto continuava a costituire, insieme a quello vincitore, il baricentro del sistema. Da questo punto di vista cambiava ben poco il fatto, trattandosi di un sistema bipolarista e non bipartitista, entrambe le formazioni che insieme erano baricentro del sistema stesso fossero a loro volta motore di due coalizioni. Dal 2011, dopo la defenestrazione del governo Berlusconi e lo sfaldamento del polo di destra, quel baricentro era stato occupato dal solo Pd.

Il terremoto delle elezioni del 4 marzo, paragonabile solo al referendum che nel 1993 spazzò via il proporzionale e di conseguenza non solo i partiti ma la logica stessa della Prima Repubblica, consiste invece nell’aver sbalzato ai margini proprio il Pd. Se le elezioni si riveleranno, come è possibile e probabile, solo il primo tempo della sfida per la guida d’Italia in quella che solo ora è lecito definire Terza Repubblica, a giocarsi la partita saranno il ricostituitosi polo di destra, stavolta a trazione radicale e non più moderata e M5S.

La sola via d’uscita, per evitare quelle elezioni a breve che sarebbero esiziali, sembra essere l’appoggio esterno a un governo monocolore M5S ed è chiaro che la tentazione circola ampiamente nel Pd. Però sarebbe una formula altrettanto disperata e si limiterebbe a rinviare il momento fatale. Renzi, che soffre palesemente di sindrome del giocatore d’azzardo e non ha alcuna intenzione di ritirarsi a vita privata, scommette invece su nuove elezioni, magari con una legge elettorale diversa. Ma pare appunto avviato alla mesta fine che attende i giocatori d’azzardo dissennati, quelli che a ogni sconfitta reagiscono raddoppiando la posta ipnotizzati dal miraggio di rifarsi.

Gli errori di Matteo Renzi, uno dei politici meno dotati che abbiamo calcato le scene del Palazzo in Italia, hanno certamente contribuito a trascinare il Pd in questa china disastrosa e senza speranza. Ma sarebbe assurdo affibbiare al ragazzo di Rignano ogni colpa. La sua segreteria non è, come sembrano pensare gli ex leader del Pd finiti in LeU, un incidente di percorso, uno sciagurato imprevisto, una parentesi che come si è inopinatamente aperta si dovrà a un certo punto chiudere. Renzi è la conseguenza logica di un partito che, in Italia come in quasi tutta Europa, aveva impostato la propria strategia e messo a punto la propria analisi della realtà negli anni Novanta del secolo scorso, e di lì non è più riuscito a scostarsi di un millimetro. Renzi non è stato il figlio degenere di Veltroni, ma un tentativo, scomposto e maldestro, di riadattare il blairismo, figlio di una fase tutta diversa e per quasi tutti i versi opposta, alle pulsioni antisistema innescate dalla crisi, quelle che gonfiano le vele sia della Lega che di M5S.

Il tentativo di correggere la rotta prendendo atto della sconfitta del blairismo, da parte almeno di quella parte del Pd scivolata in LeU ma senza per questo smettere di considerarsi il vero Pd, è arrivato tardi ed è apparso, solo in parte a ragione, come frutto di una costruzione invece che di un ripensamento. LeU non era, nonostante effettive ambiguità, un pezzo di Pd in libera uscita. Ma così è stato visto dagli elettori e per questo il progetto è stato bocciato senza appello dagli elettori.

L’uscita dal renzismo del Pd è un’incognita. Di certo non sarà indolore: il segretario che ha inventato le dimissioni postdatate non è tipo da ritirarsi in buon ordine. Scommettere oggi che quel partito non subirà nuove e più laceranti divisioni prima della prossima, e forse finale, manche, sarebbe un azzardo.

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