Fine di una malattia senile

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Cesare Pietroiusti, Bozar Silent Tour Performance (visita agli spazi non espositivi del museo in occasione della mostra «The Yellow Side of Sociality») - Musée des Beaux Arts, Bruxelles, settembre 2015.

In ordine di sparizione, dalla Grecia alla Francia, dall’Austria alla Germania all’Italia, le sinistre socialdemocratiche europee si consumano in un inarrestabile declino. Il 18% conservato dal Pd italiano potrebbe addirittura ritenersi un successo quando la più potente socialdemocrazia del Vecchio continente, quella tedesca, veniva data dai sondaggi al 15% e sotto la destra nazionalista e xenofoba della Afd. Ma questo tramonto delle socialdemocrazie è un processo storico di grande portata che riflette i mutamenti profondissimi intervenuti nelle forme di vita e nei modi di produzione, quel completo ridisegnarsi della geografia sociale che ha lasciato milioni di persone senza sponde, protezioni o garanzie. E, in un certo senso, senza storia. Tutto il residuo socialismo europeo, che fatica ormai a darsi una qualche fisionomia, ha condiviso la conversione al neoliberalismo, l’ossequio nei confronti del capitale finanziario, la rincorsa della destra sulla strada di una sicurezza repressiva e discriminatoria, la dottrina postdemocratica della «governabilità». Tutto questo sotto la bandiera dell’«ammodernamento» e della «responsabilità». Nessun allarme, nessuna semplice osservazione di fatti evidenti, è valsa ad arrestare questo processo e il suo inevitabile esito.

In Italia, nell’ultima legislatura, si è prodotta una miscela particolarmente pestilenziale: la demagogia postmodernista di Matteo Renzi, il riformismo liberista e «meritocratico» del Pd, lo stile spigliato da presentatore tv e la retorica della rottamazione, si sono combinate con la «Ragion di Stato» e il dirigismo della vecchia destra comunista rappresentati da Giorgio Napolitano. Perfino nell’ora della sua disfatta un Matteo Renzi obbligatoriamente dimissionario rifiuta di farsi da parte prima di aver stabilito le coordinate e le compatibilità entro le quali il Partito democratico potrà muoversi nel futuro. Ancora una volta, con la valigia in mano, sbatte la porta in faccia a ogni idea di collegialità e alimenta le insofferenze e la rabbia che serpeggiano in un partito seriamente provato. Erede in versione sbarazzina del decisionismo craxiano, il renzismo non si sviluppa però, come il craxismo, all’inizio di un ciclo ma alla sua fine. Le forme prevalgono sulla sostanza. L’autocelebrazione consolatoria sulla forza effettiva. Il partito renziano è stato in realtà sempre debolissimo come dimostrato dall’esito del referendum costituzionale che mirava a una riduzione della complessità di chiaro stampo postdemocratico.

Si potrebbe dire, facendo ricorso a un lessico desueto, che ad essere sconfitti il 4 marzo sono stati i partiti della «borghesia», quella liberal-conservatrice di Forza Italia e quella liberal-riformista del Pd. È infatti la tendenziale sparizione di questa «borghesia», per un verso fuoriuscita verso l’alto dal patto democratico, per l’altro dissoltasi in una zona grigia che non corrisponde più nemmeno al «ceto medio» della sociologia anni Sessanta, ad avere determinato questa sconfitta. La patetica storia della sinistra è quella di esser finita vittima di questa sparizione non appena riuscita, con fatica, rinunce e tribolazioni, a conseguire una agognata «rispettabilità borghese» in sostituzione dell’antico partito popolare di massa. Quello che Renzi intende ottenere con le sue dimissioni differite è impedire appunto che questa situazione possa essere presa in esame, inchiodando il partito al galateo borghese che costituisce ormai la sua sola identità. I destini di Pd e di Forza Italia, a dispetto delle posizioni assai diverse in cui si troveranno nella prossima legislatura, sono intimamente connessi. Appartengono alla stessa epoca, alla stessa visione del mondo, allo stesso universo mitologico. E condividono dunque anche la stessa impotenza. A differenza dalla Germania non possiedono nemmeno i numeri di una eventuale piccola grande coalizione. A dispetto delle sue movenze giovanilistiche il renzismo è una malattia senile. La dipendenza da Giorgio Napolitano sarebbe stata sufficiente a chiarirlo. Quanto a una sinistra che si volesse antiliberista e antinazionalista, non è nel mondo dei partiti, grandi o piccoli, che potrà trovare oggi il suo spazio di espressione.

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