Eco/logica

Macchine/corpi

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Maria Pinińska-Bereś, Author's Flag (Sztandar autorski), 1979.

La crescente sensibilità per le questioni ambientali di questo periodo, apre un varco su uno scenario più ampio e difficile che chiama in causa le trasformazioni antropologiche e tecnologiche del nostro tempo. Le catastrofi climatiche, idrogeologiche non sono unicamente l’esito di una presunta natura violentata dall’impronta umana, quanto il risultato di un sistema di sfruttamento su scala globale che annienta i corpi e le condizioni di vita.

Da anni nell’ambito di «Millepiani», abbiamo scelto di mettere al centro della nostra riflessione le ecologie, le loro molte declinazioni assegnando però uno spazio centrale all’approccio critico che ha tra i suoi molti riferimenti autori come Gorz, Guattari, Bateson, Virilio, ma anche l’elaborazione proposta da autrici come Butler, Haraway, Federici, Shiva. La questione ecologica richiede, in un momento di trasformazione accelerata come questo, un grande sforzo di pensiero, di immaginazione e di impegno etico-politico. Paiono così necessarie le aperture in direzione di tutte quelle sensibilità che avvertono che un’epoca come la nostra incontra ormai troppi punti limite non più eludibili, al contempo però tutte le procedure ciniche e violente delle nuove gerarchie di potere continuano a esercitare forme sempre più pressanti di esclusione e sfruttamento.

Non può dunque più essere sufficiente misurarsi con ciò che «ci accade» in modo volontaristico o attraverso maldestri tentativi che si attardano ancora nel voler dispiegare deboli tentativi di egemonia. Abbiamo bisogno di riconsiderare i saperi, le forme della politica che non si sono lasciate travolgere dal magma comunicativo che, volutamente, ne ha depotenziato la forza.

Il momento di riflessione che proponiamo vuole chiamare a confronto tutti quei percorsi di ricerca che si stanno misurando non solo con la crisi ambientale, ma anche con tutto ciò che questa sottende, ossia l’immiserimento e la precarizzazione, i meccanismi di selezione e di controllo a fronte di rivolgimenti che operano sui corpi, sui generi, sui bisogni sempre più umiliati. Riprendere autori che hanno lavorato in questa direzione come quelli sopracitati, ma anche alcune riflessioni di Marx e del pensiero critico appare quanto mai necessario nell’oggi a fare chiarezza dai molti equivoci e dai fraintendimenti di pensiero utili solo moltiplicare confusione e pressappochismo.

Il diffondersi di pratiche «sostenibili» accanto a una nuova attenzione/cura per l’ambiente è sicuramente un segnale di assunzione di responsabilità rispetto ai gravi problemi ambientali, ma è al contempo una modalità consolatoria che sembra ripiegare di fronte alla critica dei modelli di sfruttamento, che tale stato di cose hanno prodotto; la green economy, le smart cities, le catene di produzioni «bio», il ruolo delle multinazionali, ad esempio del settore agro alimentare, non hanno tardato ad accaparrarsi queste nuove inclinazioni sociali.

È in questo contesto che il problema dell’ecosistema (A. Berque, Écumene, 2000), meglio, della terra come «corpo vivente», si pone in relazione ai diversi percorsi politici possibili dell’ecologia politica e dell’ecosofia. Il problema centrale consiste nel non dare per acquisito un «universale vuoto» quale un’astratta umanità da riformulare; piuttosto è nella frammentazione sottostante il sistema attuale forgiato dal capitalismo odierno che bisogna guardare, in modo da favorire il dispiegarsi di quelle «micropolitiche» di cui parlava Guattari. Le micropolitiche non sono politiche della marginalità, piuttosto sono la messa in opera di consapevolezze che considerano le condizioni di vita dei corpi, dei territori, nonché i desideri, i bisogni, le difficoltà economiche, le forme di assoggettamento e quindi i percorsi di liberazione, felicità etc. A questa considerazione attiva dello stato delle cose si oppone fattivamente tutto un pensiero «teologico» cui concorrono, seppur con accenti diversi, filosofi come Arne Naess (Ecosofia, 1968), P. Sloterdijk (Domestikation des Seins, 2000; Sphären I, 1998), nonché teorici della catastrofe che in definitiva indicano un necessario ripensamento dell’umano in ragione di una sua insufficienza, quando non di una sua costitutiva colpevolezza. Considerare la difficoltà di questo passaggio d’epoca, nel quale siamo ancora pienamente immersi, richiede una materiale capacità immaginativa, questa sì spinozista e ben lontana da ogni tendenza irrazionalista o poetante.

Per un’ecologia materialista

La genealogia di quella che possiamo definire un’ecologia materialista è fortemente intrecciata con le forme e le pratiche del pensiero critico. La naturacultura di cui parla D. Haraway esplora, infatti, ambiti che riguardano il sociale, il politico, il tecnologico e che si interrogano sui processi di resistenza rispetto alla sempre più devastante forza di spoliazione delle esistenze che attraversa la modernità. Già Marx si interrogava sui modi possibili per fuoriuscire dello sfruttamento e lo faceva in senso «ecologico» soprattutto nell’ultima fase della sua vita, e poi G. Anders, Gorz, lo stesso Lefebvre, e ancora Guattari e Deleuze e in Italia, piuttosto inascoltato, Alexander Langer.

La crisi ecologa esplode negli anni Settanta e la ripresa e lo studio di questi autori unitamente a molti altri fronti del pensiero critico, permette di posizionare l’analisi oltre l’antico movimento dialettico natura-cultura, leggendo l’intreccio e le connessioni che articolano il piano ambientale, sociale e delle soggettività in un movimento che non può essere segmentato o esplorato attraverso approcci troppo schematici. Le tecnologie, le mutazioni e le transizioni in corso richiedono mezzi all’altezza dell’accelerata trasformazione che stiamo attraversando, che se lasciata libera di formulare un orizzonte unico del comando, non potrà che infliggere altre spine, per dirla con Canetti, che segnano e segneranno nuovi processi di selezione umana e del vivente. La prospettiva «ecosistemica» indicata da Guattari evita il rischio di aderire a derive conservatrici o consolatorie quando non mainstream messe già in atto dalle nuove tecnocrazie al potere.

Macchine/corpi/ecologie

Il corpo come macchina, innesto di protesi ma anche articolazione organica è un corpo in continua sperimentazione. Nella lettura di Haraway si predispone dunque un campo in cui ogni dualismo risulta desueto, le trasformazioni macchiniche sono ben più articolate e capaci di diversificazione, ciò rende insufficiente allora il posizionamento di un «soggetto» universale o rivoluzionario nel senso tradizionale del termine. Sono invece le segmentarietà quelle che rimandano a politiche e pratiche che continuamente si misurano con l’artificio, con i suoi smottamenti di piano e con il suo bisogno di esprimere altri modi per configurarsi, desiderare, agire in un contesto de-naturalizzato.

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