Krahl e la congiuntura

Intervista a Detlev Claussen

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Hans-Jürgen Krahl durante un'assemblea all'Università di Francoforte, 1968.

L’intervista che segue è stata realizzata il 23 luglio 2017 con Detlev Claussen, compagno di Hans-Jürgen Krahl nel movimento studentesco tedesco e nella SDS, ramo universitario della SPD. Vorremmo ringraziare Dietmar Lange per il suo aiuto, specialmente riguardo la relazione tra i gruppi tedeschi e l’operaismo italiano.

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Fabio Angelelli, Dave Mesing, Elia Zaru: Durante gli anni della rivolta studentesca, lei militava a Francoforte nell’ala anti-autoritaria della SDS, ed era tra i compagni più vicini a Krahl. In contrasto con la fazione più ortodossa della SDS, voi esprimevate una tendenza anti-autoritaria che propugnava l’esigenza di una lettura dello sfruttamento e della lotta di classe in grado di oltrepassare la fabbrica come luogo privilegiato in cui si esprimevano i rapporti di classe. Questa lettura era fortemente influenzata dalla Scuola di Francoforte, che tentava di recuperare la Teoria Critica sulla base di una prassi orientata verso un marxismo non ortodosso. Potrebbe ripercorrere brevemente queste discussioni interne alla SDS, e delineare il ruolo che Krahl vi giocò?

Detlev Claussen: Nel 1966 queste differenze non erano così chiare. A Francoforte la SDS era composta da un gruppo di intellettuali (“una colonia di intellettuali”) con circa duecento membri, di cui una ventina era coinvolta attivamente nell’organizzazione. C’erano diversi gruppi di lavoro che si occupavano delle differenti teorie, del rapporto con i sindacati categoriali e di anti-colonialismo. “Prassi” è un termine molto ambizioso per descrivere questo stato di cose. Nel semestre invernale 1966-67, il tema dominante erano le politiche universitarie: in particolare, la laurea in Sociologia, per cercare di aprire migliori opportunità di carriera agli studenti di Sociologia. Molti membri della SDS erano coinvolti, poiché molti di loro erano effettivamente studenti di Sociologia. C’erano già state discussioni sull’obsolescenza del sistema universitario, ma i dibattiti pubblici tra professori e studenti ancora non assumevano toni di forte contrapposizione. Dentro la SDS di Francoforte le discussioni più accese si verificarono solo quando si discussero le forme provocatorie delle proteste. Su questo ci ispirammo ai berlinesi di Rudi Dutschke. Per la prima volta, durante una manifestazione per il Vietnam nel febbraio 1967 venne utilizzata la tattica delle “violazioni limitate della legge”, che attirò molta attenzione. Un sit-in di fonte al Consolato Generale Americano venne sciolto da uno squadrone di polizia a cavallo. La legittimità dell’azione e la sproporzione della reazione poliziesca costituirono la ricetta del successo. Questo portò alla costituzione della cosiddetta “fazione Krahl”, la quale era anche fortemente impegnata nella formazione teorica dei membri della SDS. A quel tempo, si discuteva della possibilità di una formazione unificata dentro la SDS, così da avere una base teorica comune. Al centro della discussione c’erano parecchie impostazioni teoriche: C.W. Mills, Baran/Sweezy, L’uomo a una dimensione di Marcuse, Andrè Gorz/Serge Mallet – contemporaneamente a Marx. Fuori da questo dibattito, si sviluppò il francofortese “Gruppo sulle questioni organizzative”, un progetto che occupò la “fazione Krahl” nell’inverno 1967-68. Un punto centrale di discussione era costituito dal capitolo “Considerazioni metodologiche sulla questione dell’organizzazione” di Storia e coscienza di classe.

Dall’inizio della rivolta fino alla sua fine, il movimento studentesco ha attraversato fasi differenti, in cui ha determinato in modo diverso la sua posizione politica rispetto al rapporto con la classe operaia. Secondo Krahl, “nella prima fase ritenevamo che solo gruppi marginalizzati, agenti come sostituti della classe operaia, potessero dare inizio a una sorta di rivoluzione umana, senza distinzione tra le classi”. Tuttavia, successivamente egli giunse a una visione più matura dell’intelligenza scientifica come “teorico collettivo del proletariato”. Cosa lo spinse dalla prima all’ultima fase? Quale nuovo ruolo del lavoro cognitivo è implicato nella sua concezione più tarda?

DC: Alla metà degli anni Sessanta, la classe operaia sembrava “integrata” nella Repubblica Federale Tedesca, uno Stato di prima linea nella guerra fredda. La socialdemocrazia e il sindacato rappresentavano la burocratizzazione del movimento operaio. Il “programma Godesberg” della SPD indicava il cambio da “partito riformista di classe” a “partito di maggioranza”. Nella RFT non c’erano sindacati differenziati per orientamento politico, ma un sindacato unico per tutti i lavoratori. Nato come una critica alla società nordamericana, L’uomo a una dimensione sembrava calzare anche in questo contesto. Gli studenti erano considerati come un gruppo che avrebbe potuto agire da catalizzatore, anche senza costituire l’effettivo soggetto rivoluzionario. Krahl – forzatamente – combinava insieme le tesi di Marcuse e la teoria di Horkheimer sullo “Stato autoritario”, in cui gli operai sono soggetti al dominio non solo della classe dirigente, ma anche delle organizzazioni dei lavoratori. La Grande Coalizione del 1966 e l’imminente legislazione di emergenza sembravano iniziare la trasformazione della Repubblica Federale in Stato autoritario. Dapprima, la classe operaia empirica appariva solo ex negativo nelle elaborazioni teoriche. Lo studio intensivo di Storia e coscienza di classe condusse a una critica fondamentale del partito di quadri rivoluzionari alla Lenin, che – nella versione idealizzata di Lukács – separa l’organizzazione dalla classe empirica e dalla sua coscienza.

L’esperienza tra il 1967 e il 1969 cambiò il modo in cui Krahl vedeva la classe operaia. Le rivolte orientali del 1968, dopo il tentato omicidio di Rudi Dutschke, parevano rompere per la prima volta il totale isolamento degli studenti dagli operai. Le azioni del movimento di protesta avrebbero dovuto raggiungere gli operai tramite una “intuizione pratica”. Per questa ragione, veniva riposta grande importanza nel termine “opposizione extra-parlamentare”, di modo da non apparire come un movimento puramente studentesco. Le azioni contro il gruppo Springer potevano essere dichiarate come intuizione pratica, poiché richiamare l’attenzione sul mercato monopolizzato dei mass media aiutava a rendere visibile la manipolazione di questi ultimi. Il maggio parigino, poi, sembrò mostrare la possibilità di una unione tra gli interessi degli studenti e dei lavoratori. In questo contesto, i sindacati tedeschi erano costretti a convocare assemblee di massa contro le leggi di emergenza insieme agli studenti. Secondo Krahl, le azioni comuni avrebbero contribuito alla formazione reciproca. Tuttavia, la natura anti-istituzionale e spontanea del movimento si rivelò essere l’ostacolo principale a un lavoro duraturo. Ecco perché si propagava l’idea della “lunga marcia nelle istituzioni” e del ritorno alla base. Nell’inverno del 1968 questo diede origine da una parte a una accresciuta attività universitaria, dall’altra alla creazione di gruppi di fabbrica. Iniziò una discussione intensa circa il carattere anti-autoritario del movimento. Krahl criticava il concentrarsi solamente sul lavoro politico di fabbrica, tipica dei gruppi più ortodossi, che implicava soggettivamente l’organizzazione e la disciplina del partito leninista. Il compito degli intellettuali non è di propagare la rivoluzione dall’esterno, ma di sviluppare i bisogni emancipativi che vanno al di là del lavoro – una coscienza emancipatrice della totalità. Nel 1969 l’Autunno caldo italiano e gli scioperi di settembre in Germania sembravano rendere raggiungibile un obiettivo di questo tipo.

In quale forma avrebbe dovuto essere organizzato il “Movimento di intelligenza scientifica” di Krahl?

DC: Non c’erano delle idee concrete. La disgregazione organizzativa del movimento dopo il 1970 avvenne in modo naturale.

Agli inizi degli anni Sessanta Marcuse, Mallet e Pollock avevano già riflettuto sulla sussuzione del lavoro intelettuale al capitale. Secondo lei quale è la specificità della posizione di Krahl su questo tema?

DC: Non c’è una teoria definita formulata da Krahl su questo. Tra gli autori che menzionate, va inclusa anche la teoria di Habermas riguardo la scienza e la tecnologia come ideologia. Krahl intendeva collegare queste riflessioni, ma non riuscì a farlo.

Krahl menziona diverse volte i Grundrisse come riferimento teorico. Come venne riscoperto questo testo dal movimento studentesco, e quale fu la sua importanza per Krahl e la fazione anti-autoritaria della SDS? Possiamo affermare che la riscoperta dei Grundrisse ha avuto per gli anti-autoritari una influenza simile a quella che ebbero i Manoscritti del 1844 per la Scuola di Francoforte negli anni Trenta?

DC: Questa è un’ottima osservazione. La lettura dei Grundrisse permise una rottura con la ricezione tradizionale di Marx, così come la scoperta dei suoi scritti giovanili. Oltre ai Manoscritti del 1844, non dobbiamo dimenticare L’ideologia tedesca, che giocò un ruolo fondamentale nella formazione della Teoria Critica. I Grundrisse permettono una visione completa di Marx; non c’è più bisogno di “giocare” il giovane Marx contro il “vecchio”. Oltre l’“Introduzione”, che – ancora una volta – richiama l’attenzione sul contenuto materiale di categorie come “determinazioni di esistenza”, studiavamo anche le “Forme che precedono la produzione capitalistica”. Entrambe queste prospettive portavano a una rottura con l’idea di storia concepita come una sequenza uni-lineare di ordinamenti economici. Ultimo, ma non meno importante, i Grundrisse contengono la riflessione marxiana sul ruolo crescente della scienza che diventa forza produttiva. In questo contesto fu molto importante Alfred Schmidt, assistente di Adorno. Nella sua cerchia veniva coltivata una lettura critica e non dogmatica. Anche la ricezione esistenzialista di Marx da parte di Marcuse fu intrapresa nel 1967 nel suo seminario.

In Germania Ovest, nel movimento studentesco furono soprattutto gruppi come il fracofortese Revolutionärer Kampf (Lotta rivoluzionaria) – “Spontis”, che si formò a partire dall’ala anti-autoritaria del movimento – a recepire l’operaismo italiano. Nel 1969, dopo una serie di scioperi a gatto selvaggio, questi gruppi misero la fabbrica al centro del loro intervento. A quel tempo, numerosi studenti andavano nelle fabbriche, e c’era uno scambio vivace con gruppi analoghi in Italia, come Lotta Continua e Potere Operaio. Quale era il rapporto di Krahl con questi gruppi influenzati dall’operaismo, e più in generale il suo rapporto con l’operaismo italiano? Ci sono stati dei contatti con l’Italia prima del 1969?

DC: In effetti a Francoforte l’operaismo italiano era stato “accolto”. In pratica, esso è comparabile solo a Revolutionärer Kampf, che coltivò una sorta di mito dell’operaismo italiano tentando di organizzare gli operai della Opel a Rüsselsheim. I protagonisti più famosi furono Joschka Fischer e Dany Cohn-Bendit. Il gruppo di Krahl rifiutava questa traiettoria poiché la considerava schiacciata sul proletariato industriale – una svolta anti-intellettuale dell’attività politica.

In alcuni passaggi del suo lavoro, purtroppo solo abbozzati, Krahl fa riferimento al ruolo decisivo del linguaggio nelle analisi del tardo capitalismo. Il linguaggio diventa la “forza produttiva e categoria strutturale”, un elemento fondamentale per comprendere sia lo sfruttamento e l’assoggettamento, sia i processi di liberazione. In che senso Krahl attribuì al linguaggio un potenziale di emancipazione?

DC: Concordo sul fatto che purtroppo si tratta di passaggi solo abbozzati. La riflessione sul linguaggio come categoria sociale dovrebbe fondare una nuova analisi materialistica della teoria sociale critica. Questo tipo di approccio era già presente nel primo Benjamin, ma ancora allo stato primordiale. Krahl pensava che la filosofia del linguaggio avrebbe posto una nuova grande sfida alla teoria. Habermas ha avuto il coraggio di affrontarla, teoricamente. Purtroppo, una critica dell’ideologia della filosofia del linguaggio non c’è mai stata.

Più di 45 anni dopo la pubblicazione dell’edizione tedesca di Costituzione e lotta di classe, il nome di Hans-Jürgen Krahl viene raramente ricordato o citato. L’unica traduzione completa dei suoi scritti è stata pubblicata in Italia nel 1973, dove è stata recepita da alcuni teorici della tradizione operaista. A suo parere, qual è la rilevanza della riflessione krahliana sul lavoro intellettuale nel contesto del capitalismo contemporaneo?

DC: Senza dubbio Krahl è stato un pioniere che ha capito quanto a fondo dalla metà degli anni Sessanta il capitalismo stava iniziando un processo di cambiamento. Io credo che oggi siamo entrati in un’era profondamente diversa da quella del capitalismo di metà secolo. Abbiamo bisogno di una nuova critica di questo sistema sociale che pare essere senza alternative, ma questa critica non può più essere sviluppata come “critica dell’economia politica”. L’intero contesto globale dovrebbe essere spiegato nei termini di una critica dell’economia. Inoltre, lo scarto nel rapporto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale compone una connessione politica differente, che rovescia fenomeni tradizionalmente sovrastrutturali in momenti costitutivi della società. Un singolo non può affrontare tutto questo. Abbiamo davvero bisogno di un “teorico collettivo”, un nuovo soggetto sociale. Il crescente interesse internazionale per i vecchi teorici è un segno modesto del fatto che qualcosa si sta muovendo in questa direzione.

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