Nuovi bisogni emancipativi

Hans-Jürgen Krahl (1943-1970)

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L'avvocato Heinrich Hannover e, sulla destra, Hans-Jürgen Krahl duramte un teach-in in occasione del processo contro il leader degli studenti Daniel Cohn-Bendit, Francoforte sul meno, 27 settembre 1968 (Alamy foto).

Movimenti antiautoritari nella società tardocapitaliste

Il nome di Hans-Jürgen Krahl è indissolubilmente legato al ’68 tedesco. La sua morte, in seguito ad un incidente stradale nel febbraio 1970, fu sentita come una indubbia perdita per il movimento di emancipazione nelle metropoli. “La breve biografia politica di Hans-Jürgen Krahl, la cui attività di agitatore e il suo lavoro teorico hanno contribuito significativamente a determinare la politica del movimento di protesta, riflette il processo di formazione di molti giovani della sinistra che non ritrovano più un nocciolo razionale in un partito comunista rivoluzionario e che intrapresero un lungo tragitto di tradimento nei confronti della loro classe borghese rifuggendo le garanzie del potere ricevute in eredità”1. Allievo di Adorno, con il quale si addottora con una Dissertazione dal titolo Naturgesetz der kapitalistischen Bewegung bei Marx (La legge naturale del movimento di capitale in Marx), Krahl si confronta costantemente con la riflessione della Scuola di Francoforte e la tradizione della filosofia classica tedesca, cercando di ripensarne i fondamenti nella direzione di un percorso teorico intrecciato alla prassi politica. Al centro di questa riflessione c’è l’analisi dei rapporti economici e sociali dei sistemi di dominio tardocapitalistici. Un tema presente nelle discussioni dei movimenti antiautoritari della fine degli anni Sessanta.

Dall’interno dell’SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund), l’organizzazione studentesca nata nel 1946 in seno all’SPD e poi formalmente esclusa dal partito nel 1961, Krahl e Rudi Dutschke, che vi entrarono rispettivamente nel ’64 e nel ’65, radicalizzarono l’organizzazione facendo pressione per un impegno maggiormente militante rivolto contro l’aggressione nordamericana al Vietnam, contro la struttura patriarcale dell’Università tedesca, contro le moderne forme di autoritarismo. Incrociando le istanze antiautoritarie del movimento studentesco degli anni Sessanta, Krahl cercava al tempo stesso di riformularle in un nuovo contesto politico. La denuncia delle forme di violenza dei rapporti sociali, dell’isolamento e della deformazione delle relazioni umane erano intese da Krahl come elementi per una critica dell’economia politica delle società tardocapitalsite. Secondo Krahl “la libera concorrenza fra individui reciprocamente ostili e il giusto scambio di equivalenti fra possessori di merci reciprocamente equivalenti e indifferenti non hanno più nulla in comune con il modo in cui il monopolio fissa i prezzi e l’oligopolio stabilisce i suoi accordi di mercato”2. In questo contesto, contrassegnato dal passaggio al capitale monopolistico e che già Horkheimer aveva analizzato nei termini della distruzione della sfera della circolazione, la “circolazione cessa di essere l’ideologico Eden degli atti di fondazione borghesi e delle libertà repubblicane”3.

Pur concentrando la propria attenzione sulla sfera della circolazione, e quindi all’interno della tradizione delle analisi francofortesi sui cambiamenti indotti dal processo monopolistico sulla struttura sociale, Krahl abbozzerà un possibile sviluppo di quella tradizione decisamente alternativo a quello habermasiano. Gli esiti diversi di un comune nocciolo teorico erano del resto già impliciti in un differente modo di intendere il rapporto tra teoria e prassi che non solo Krahl, ma un’altra generazione formatasi alla scuola di Francoforte, stava sperimentando4.

La protesta antiautoritaria è per Krahl espressione della decadenza dell’individuo borghese, una sorta di luttuosa protesta dinanzi alla sua morte, che significava la “perdita dell’ideologia di una sfera pubblica liberale e di una comunicazione libera dal dominio”5. Le promesse liberali e emancipatorie della borghesia, alle quali Habermas pareva voler restare fedele, non solo non erano state mantenute, ma erano state definitivamente dissolte. Krahl praticava così una doppia mossa: dal lato teorico attaccava la pretesa habermasiana di poter delineare una sfera pubblica libera dal dominio, là dove, secondo Krahl, essa era ormai assimilata alla sfera dello scambio tra “liberi” possessori di merci. Il linguaggio andava considerato per Krahl non come un medium neutrale di comunicazione, ma doveva essere indagato a partire dalla sua riduzione tecnologica all’interno di rapporti strumentali, che avrebbero reso la concezione illuminista del parlamentarismo una impossibilità storica. Dal lato politico, Krahl cercava di trasformare la “rivolta antiautoritaria” in un “processo di apprendimento marxista”6. Il lutto per la morte dell’individuo borghese doveva essere trasformato in “esperienza […] di ciò che in questa società significa sfruttamento”7.

Per Krahl i radicali mutamenti in corso nelle società tardocapitaliste comportavano un altrettanto radicale mutamento nella prassi politica. Se il libero scambio costituisce il modello della democrazia parlamentare, scrive Krahl, “con la scomparsa del libero scambio anche il parlamento perde la sostanza che lo fonda”8. Lo Stato sociale distrugge lo Stato borghese di diritto in modo non dissimile da come il fascismo annienta il parlamentarismo, dando luogo ad una integrazione e ad una sussunzione della democrazia parlamentare come componente dell’esecutivo. La prassi statale diventa decisionistica ed emergenziale. Per Krahl si trattava di spiegare le ragioni di un interventismo statale su tutti gli ambiti della vita, fino alla trasformazione della “società in un’unica caserma”9. Queste analisi non erano in alcun modo avulse dal contesto politico del movimento studentesco. Krahl cercava di allargare e spostare il piano della riflessione e della prassi mettendo in relazione le lotte universitarie con l’intero contesto sociale. In termini immediati, stava lavorando a una radicalizzazione dell’SDS, che raggiunse il proprio acme simbolico dopo l’attentato contro Dutschke nel 1968. A partire da questa data gli operai più giovani si unirono alla lotta degli studenti contro le “leggi di emergenza” e l’impero giornalistico di Axel Springer, i cui giornali avevano violentemente attaccato il movimento studentesco e le sue personalità più rappresentative. La politica si riversò nella società, negli asili, nelle fabbriche, nelle scuole. L’SDS non riuscì a reggere al nuovo massimalismo fino a che, il 21 marzo 1970, ebbe luogo a Francoforte il suo scioglimento ufficiale.

Gli scritti di Krahl si pongono sempre in dialogo critico con l’SDS. La strategia di Krahl consisteva nell’assumerne alcune istanze, come la critica antiautoritaria, per riformularle in un contesto capace di generare nuovi problemi per una nuova agenda politica. Quando, nel 1969, l’SDS fu attraversata dalla contrapposizione tra le istanze riformiste dell’SHB (Sozialdemokratischer Hochschulbund) e una parte apparentemente dura e radicale che gli contrapponeva un’immagina astratta e mitica del proletariato, Krahl cercò di spiazzare i due corni dell’opposizione. In un intervento ad un teach-in per l’elezione del parlamento degli studenti nel semestre invernale 1969/7010 Krahl denunciò la gergalizzazione del linguaggio usato dai militanti dell’SDS, un gergo accademico che da un lato precludeva “l’accesso alla conoscenza dei bisogni di una vita liberata e felice” e dall’altro proiettava “sulla società intera rapporti che sono soltanto universitari ed accademici”11. Ma non solo. Attaccò anche, al tempo stesso, l’incapacità di incrociare i bisogni concreti dei proletari da parte di chi si era costruito un’immagine precostituita del proletariato, rinunciando a coniugare il discorso sulla scienza, la tecnica e il linguaggio con la critica dell’economia. Reincontrava così il discorso sulla critica della conoscenza e della scienza da un nuovo punto di vista, che non era né astrattamente proletario né solo accademico. Alla prospettiva di Habermas, che secondo Krahl era informata da un’utopia parlamentare nella quale gli uomini “comunicano e agiscono linguisticamente attraverso segni liberi dal dominio”, obiettava che questa struttura linguistica, non riflettendo su se stessa, “racchiude una proiezione di relazioni sociali universitarie sul complesso della società”12.

Il problema posto da Krahl riguardava la possibilità di un reale accesso alla classe operaia. Per fare ciò era necessario rifuggire sia dall’immagine mitica del proletariato sia da quella, altrettanto mitica, del discorso razionale. Qui Krahl si riallacciava ad Adorno, il cui lascito più importante consisteva, sempre secondo Krahl, nella scoperta che Auschwitz è contingente anche rispetto alle categorie dell’economia politica. La sua irrazionalità indusse Adorno a mettere in crisi i criteri classici della tradizionale scienza razionale. Inclusi quelli marxiani. Interessava a Krahl il fondo opaco di questa razionalità: la possibilità di pensare bisogni qualitativi in un modo di produzione nel quale il valore di scambio usurpa il valore d’uso13. Mostrare l’origine delle strutture di dominio della fabbrica nella contraddizione fra lavoro e capitale, scrive Krahl, “non interessa le masse se non siamo in grado di individuare la concreta struttura dei loro bisogni e di enunciare possibili bisogni emancipativi”14. Krahl è consapevole di muoversi in una nuova direzione di ricerca e di indicare un percorso pratico di riflessione che non ha punti di appoggio nel passato, fatta eccezione, forse, per Wilhelm Reich ed Herbert Marcuse. Egli è convinto che se “trascuriamo simili riflessioni generali e non tentiamo di far presente alle masse l’estraniazione del loro destino esistenziale, tutte le strategie falliranno”15. Per quanto questa affermazione possa apparire debole, essa è sufficiente per spostare il piano del lavoro politico. Scrive infatti Krahl: “Se rinunciamo a formulare questi bisogni emancipativi, magari con categorie scientificamente insufficienti, finiremo anche noi negli ingranaggi del processo che trasforma le scienze in tecnologia; e credo che nel movimento ve ne siano già degli indizi. Siamo giunti ad una situazione fatale: dobbiamo organizzare un movimento dell’intellighenzia scientifica che astrattamente conosce, sì, il corso della storia capitalistica, ma che non è più in grado di mediare questa conoscenza con i concreti bisogni delle masse”16.

Leggere Marx e fare politica nelle metropoli contemporanee

Com’era accaduto in seno all’operaismo italiano, con la pubblicazione del Frammento sulle macchine nel numero 4 dei Quaderni Rossi (1964)17, anche Krahl inizia a riflettere sulle pagine che Marx dedica all’automazione e alla sussunzione della scienza nel capitale. Ma la lettura del Frammento da parte di Krahl è sensibilmente diversa da quella che sarà fatta negli anni Settanta da alcune correnti dell’operaismo italiano. Anche per Krahl si tratta di ripensare l’automazione macchinica in relazione alla scienza e alla dilatazione del concetto di lavoro produttivo, ma per il giovane militante tedesco il processo tecnologico di automazione è attraversato da una dialettica potenzialmente in grado di produrre, anziché liberazione dal lavoro, nuove forme di dominio. “L’automazione – scrive Krahl – è distruzione del capitale, e, secondo il concetto, proprio della filosofia della storia, di forze-produttive – metro dell’oggettiva possibilità di creare storia – indica che gli uomini possono essere liberati dal lavoro. Ma potrebbe anche avvenire che fossero aboliti gli operai, che diventassero un esercito di pensionati, dominati e consegnati alla benevolenza dell’apparato di dominio”18. Il processo di automazione non è immediatamente indice di liberazione. Le macchine, negli attuali rapporti di produzione, sono strumenti di dominio e non di liberazione. Da qui l’insistenza di Krahl sulla critica della scienza e della tecnologia. L’espulsione di operai dal processo produttivo può, invece che dar luogo a fenomeni di liberazione dal lavoro, gettare una massa atomizzata di individui espulsi dalla produzione nella braccia della benevolenza dell’apparato di dominio, cosicché alla stretta vampiresca della grande industria subentrerebbe la morte per affogamento nel latte tiepido dello Stato sociale. Contrariamente a quanto pensavano alcune correnti del marxismo ancora legate alla filosofia della storia delle forze produttive, per Krahl va sottolineato che l’automazione “non conduce necessariamente all’abolizione del dominio e dell’oppressione”19. Al contrario, la socializzazione dei mezzi di produzione sul terreno stesso del modo di produzione capitalistico riproduce in forma totalitaria il dominio stesso del capitale estendendo il lavoro astratto, e quindi la misura e il computo del tempo di lavoro, a ogni sfera vitale, incluso il tempo libero.

Su questo punto il marxismo di Krahl incontra nuovamente la tradizione della Scuola di Francoforte. Il valore, in quanto motore automatico dello sviluppo capitalistico, ha rimpiazzato il valore d’uso e la confezione ha vinto sul prodotto20. Rispetto a questa analisi marxiana Krahl è interessato soprattutto alle modificazioni che questa inversione induce sulla sfera della coscienza e dell’esperienza: la dequalificazione del tempo si ripercuote infatti sull’articolazione del trascendentale e quindi sull’esperienza della differenza tra “essenza” e “fenomeno della cosa”. Se questa differenziazione permette di interrompere il dominio astratto del valore, la sua unidimensionalizzazione (Eindimensionalisierung) del sociale, e di pensare forme di prassi rivoluzionarie, l’inversione feticistica che fa apparire il valore di scambio come la cosa in sé, come la vera esistenza del prodotto, distrugge quella possibilità di esperienza ed eleva il tempo astratto del lavoro a seconda natura immodificabile21.

L’analisi di Krahl è, su questi punti, sicuramente suggestiva e, per quanto frammentaria, molto istruttiva. Krahl pone con acume il problema della modificazione dell’esperienza nella feticizzazione assoluta del capitale. Non però come problema di scuola, ma come problema politica legato alle possibilità di una prassi rivoluzionaria. Solo che qui Krahl resta ancora francofortese. La sua analisi parte dalla circolazione per tornare alla circolazione. Incontra la produzione non come altro punto di vista sul sociale, non come presenza di corpi che lavorano, soffrono e lottano, ma solo come momento del processo capitalistico. Per Krahl è strategicamente importante riflettere sulla “scienza come forza produttiva”, e quindi “sul mutato rapporto fra lavoro intellettuale e lavoro manuale”22. Ponendo questa questione Krahl mirava politicamente a dissolvere da un lato l’immagine di un proletariato mitico, e dall’altro a fugare la posizione rassegnata di quanti giungevano ad affermare l’irrevocabile integrazione della classe operaia nel sistema capitalistico. Entrambe le posizioni si ispiravano secondo Krahl “a un concetto tradizionale di proletariato industriale che non coglie più le possibili forme di mutamento del lavoratore complessivo”23. “Tutti gli scioperi spontanei che possono scoppiare nella RFT o alla FIAT di Torino – affermava Krahl – non riusciranno minimamente a modificare il fatto che il proletariato industriale come tale è soltanto un momento della intera classe e non la rappresenta nella sua totalità”24. Con ciò Krahl metteva in guardia i militanti tedeschi dall’assumere un paradigma che si stava diffondendo invece nell’operaismo italiano e che cercava di organizzare una possibile ricomposizione di classe a partire da un segmento considerato egemone della classe. Per Krahl la questione era da porre in termini radicalmente diversi: se il lavoro intellettuale è sempre più integrato nel lavoratore complessivo, la separazione tra intellighenzia scientifica e proletariato industriale andava ridefinita, non però in termini di egemonia di un settore sull’altro, ma ridefinendo la categoria marxiana di lavoro produttivo. La non coincidenza tra processo produttivo e processo lavorativo porta ad una ridefinizione della totalità della classe proletaria e del lavoro produttivo al di là della fabbrica vera e propria25. La sussunzione del lavoro intellettuale nel processo di valorizzazione ha effetti diversi e contraddittori. Da un lato la scienza tende a iscriversi nel codice computazionale del lavoro astratto, perdendo così l’aura borghese classica della Kultur. Dall’altro “permette all’intellettuale di intendersi come produttore sfruttato” nel momento stesso in cui, a differenza di quanto avveniva per il proletariato industriale, rende “impossibile mobilitare il ricordo dell’emancipazione e dello sfruttamento”26. Lavorare su questi limiti significa saper cogliere il limite del limite. Il “ruolo degli intellettuali nella lotta di classe” non va giudicato in astratto, ma “secondo la loro oggettiva collocazione nel processo di produzione” (238). L’Università Politica, o la “controuniversità (Gegenuniversität)”27, deve definire praticamente questa collocazione, senza autorappresentarsi come centro della resistenza o della lotta di liberazione. Il compito politico che Krahl raffigura è di una larga ricomposizione di classe senza alcun automatismo legato allo sviluppo delle forze produttive o alla spontaneità delle lotte. “Senza un’organizzazione dell’intellighenzia scientifica, dell’esercito degli operai industriali e degli impiegati produttivi, anzi, senza un’organizzazione comune non si potrà mai riconquistare la totalità della coscienza di classe”28.

La produzione, divenuta nei paesi tardocapitalistici in “larghissima misura immateriale”29, è certamente “incanalata nell’industria culturale che incatena le masse alla sicurezza materiale e alla soddisfazione dei bisogni immediati”30. In questa direzione si muoveranno le riflessioni svolte agli inizi degli anni Settanta da Oskar Negt e Alexander Kluge, anche loro formatisi alla Scuola di Francoforte. In Sfera pubblica ed esperienza. Per un’analisi della sfera pubblica borghese e della sfera pubblica proletaria (1972), Negt e Kluge cercarono di ripensare i movimenti di protesta in relazione alle difficoltà dell’intellighenzia di “stabilire un rapporto concreto col nesso di vita e la sfera pubblica proletaria”31. Una delle cause di questa difficoltà risiederebbe, secondo i due autori, nell’”astrazione politica delle avanguardie”, che rovescerebbero un’idea giacobina di prassi in un “rapporto di utilizzazione, che elimina tutto ciò che non serve all’intenzione di trasformare l’intera società […] e che trasforma in materiale tutto ciò che serve a questo scopo”32. Si infrange così il rapporto tra diversi livelli di prassi e le forme concrete di costituzione di una sfera pubblica proletaria.

Se le forme classiche dell’esperienza borghese erano state distrutte, come già avevano visto Walter Benjamin e Adorno, era allora necessario trovare nuove forme di esperienza all’altezza del presente. Non rispondendo a quella distruzione con l’autocelebrazione di “gruppi marginali, intellettuali e privilegiati”33 che avrebbero dovuto agire al posto di una classe operaia integrata nei rapporti di produzione capitalistica, ma assumendo la propria condizione di chi ha il privilegio di studiare. Per spezzare questo privilegio. Non si trattava per Krahl di cercare altrove nuovi soggetti rivoluzionari o riconoscere nuova centralità a una qualche figura lavorativa; l’esperienza rivoluzionaria inizia per Krahl dalla messa in pratica dei bisogni antiautoritari in forme di anticipazione del regno della libertà. La creazione di un “nuovo soggetto” non va demandata al domani, ma è il risultato della creazione dei nuovi rapporti sociali che veicolano la prassi politica.

L’accesso alla classe operaia non andava cercato riproducendo la scissione tra lavoro e tempo libero, fra status di produttori e status di consumatori, ma a partire dalla “struttura concreta dei bisogni delle masse”34, per trovare qui la chiave per “enunciare possibili bisogni emancipativi”35. Il “primo accesso alle masse – scrive Krahl – sta nello sforzo scientifico di riconoscere la struttura dei loro bisogni”36, ai quali “non si accede per deduzione teorica ma sulla base dell’esperienza pratica della lotta politica”37. Non è possibile, secondo Krahl, replicare nelle società tardocapitaliste lo schema della rivoluzione proposto da Marx, il cui problema era la trasformazione della lotta di classe borghese in rivoluzioni proletarie38. Non è possibile, e va anzi emendato il tentativo, presente anche in Marx e in parte della tradizione marxista, di proiettare “il decorso di rivoluzioni borghesi sul decorso di rivoluzioni proletarie”39. Si tratta piuttosto di “giungere ad una adeguata teoria, interna alla lotta di classe, della trasformazione della coscienza e dell’organizzazione”40. È per Krahl significativo che dopo l’esperienza della Comune, Marx non parli più di rivoluzione in termini teorici e secondo il modello delle rivoluzioni che finora si erano date.

Questi temi si ricongiungono in Krahl in una nuova cotellazione: nuova forma di prassi, nuova organizzazione e quindi produzione di nuova coscienza prodotte al calor bianco della lotta di classe. Il problema politico nelle società contemporanee, che assieme alla distruzione dell’individualità borghese procedono alla profonda distruzione delle istituzioni democratiche, è “trasformare in rivoluzioni proletarie le lotte difensive contro le tendenze fasciste del dominio tardocapitalistico”. Poiché le stesse istituzioni parlamentari sono segnate dal decadimento della politica a concorrenza, la forma classica della partecipazione politica mediata dalle elezioni non è che riproduzione dell’apatia e della passività politica del singolo. Non si tratta di rivitalizzare istituzioni esangui, ma di sostituire al principio della concorrenza quello della solidarietà41.

È difficile, se non addirittura scorretto, cercare nelle riflessioni del giovane Krahl una coerenza sistematica, un ragionare consequenziale sempre attorno allo stesso tema. Come più volte sottolineato, la sua riflessione ha caratteristiche congiunturali, legate al momento politico e all’esigenza di incidere politicamente sul movimento studentesco, che non devono essere trascurate. Così la sua lettura di Marx non è mai solo esercizio teorico. Il suo utilizzo di Marx non è solo un’arma contro il riformismo, ma anche contro la prassi di molti gruppi extraparlamentare sorti in seguito alla dissoluzione dell’SDS. La rilettura di Marx operata da Krahl intendeva strappare Marx ai gruppi che cercavano di legittimare la propria prassi facendo appello a una teoria marxista isolata dal contesto storico politico. Krahl contestava il carattere astratto della presa di posizione di chi assumeva la propria presa di parte per il proletariato come una dichiarazione di fede, un rituale di autoconferma rivoluzionaria in assenza di una reale classe rivoluzionaria. Nelle Tesi sul rapporto generale tra intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, scritte tra il novembre e il dicembre 1969, Krahl rimprovera ai gruppi marxisti-leninisti di non tener conto del mutamento strutturale intervenuto con l’allargamento del lavoro produttivo e il mutamento prodottosi nella struttura categoriale della coscienza di classe e del lavoro intellettuale in seguito a ciò. Si trattava di oltrepassare la forma tradizione del problema, smettere di chiedersi se l’intellighenzia faccia o meno parte della classe lavoratrice o la abbia addirittura sostituita, per iniziare ad interrogarsi sull’integrazione del lavoro intellettuale al lavoratore produttivo complessivo. Da questo punto di vista la separazione dell’intellighenzia scientifica dal proletariato industriale andava rimessa in discussione e ridefinita. Anche queste riflessioni teoriche costituivano per Krahl il modo di prendere posizione nei confronti della riforma tecnocratica dell’Università. “L’integrazione oggettiva di rilevanti settori dell’intellighenzia scientifica nel lavoratore produttivo complessivo” era per Krahl un dato acquisito, ma quell’integrazione “non trasforma ancora i suoi componenti in proletari coscienti”42. Qui il problema politico. Dal lato oggettivo del processo di trasformazione delle scienze in tecnologie si coglie la riduzione del tempo qualitativo della riflessione, proprio di una lunga storia della cultura e della formazione (Bildung), alle norme quantitative e destoricizzate della misura del valore. Il lavoro intellettuale può essere incorporato al processo di valorizzazione se diventa lavoro astratto, quantitativamente misurabile. Questo processo, nella misura in cui l’Università e l’intero ciclo della formazione vengono coinvolti nelle contraddizioni del processo di tecnologizzazione, “apre la strada a processi di riflessione proletari, alla liberazione cioè dalle finzioni idealistiche della proprietà, e ciò rende possibile che anche i produttori scientifici riconoscano nei prodotti del loro lavoro il potere oggettuale ed ostile del capitale e in se stessi degli sfruttati”43. Proprio il coinvolgimento delle Università nel processo di tecnologizzazione costituisce l’occasione perché anche “i rappresentanti delle scienze improduttive” possano abbandonare “quel concetto di cultura (Kulturbegriff) definitivamente infranto cui sono legati”44.

Note

Note
1H. Reinicke, Für Krahl, Merve-Verlag, 1973, p. 4.
2H.-J. Krahl, Konstitution und Klassenkampf, Verlag Neue Kritik, 1971, trad. it. di S. de Waal, Costituzione e lotta di classe, Jaca Book, 1978, p. 109.
3Ibidem
4Al riguardo, Detlev Claussen scriveva che Habermas, assumendo e operando la trasformazione della Teoria critica in progetto accademico, escluse da quella tradizione una terza generazione che vide come protagonisti Krahl, Oskar Negt, Alfred Schmidt ed altri: D. Claussen, Hans-Jürgen Krahl – Ein philosophisch-politisches Profil (1985), in http://www.krahl-seiten.de/; ora in H.J.Krahl, L’intelligenza in lotta, ombre corte (2021), pp. 151-163
5Krahl, Costituzione e lotta di classe, cit., p. 33.
6Ivi, p. 34.
7Ibidem
8Ivi, p. 109.
9Ivi, p. 110.
10Ivi, pp. 343-51.
11Ivi, p. 344.
12Ibidem
13Ivi, p. 79
14Ivi, p. 347
15Ibidem
16Ibidem
17Sulla recezione e le interpretazioni del Frammento marxiano si veda R. Bellofiore e M. Tomba, The Fragment on Machines and the Grundrisse. The Workerist Reading in Question, in M. van der Linden e K.H. Roth (eds.), Beyond Marx: Confronting Labor History and the Concept of Labor with the Global Labor Relations of the 21st Century, di prossima pubblicazione.
18Costituzione e lotta di classe, cit., p. 101.
19Ivi, p. 102
20H.-J. Krahl, Vom Ende der abstrakten Arbeit. Die Aufhebung der sinnlosen Arbeit ist in der Transzendentalität des Kapitals angelegt und in der Verweltlichung der Philosophie begründet, hrsg. u. eingeleitet von W. Neumann, Frankfurt a.M., Materialis, 1984, pp. 61-2.
21Ivi, pp. 31-33
22Krahl, Costituzione e lotta di classe, cit., p. 322.
23Ibidem
24Ivi, p. 348
25Ivi, p. 323
26Ibidem
27H.-J. Krahl, Aufklärung ist in der Tat…, testo inedito del 1969, trascritto da Tillman Rexroth, Tesi 3, disponibile in: http://www.digger3.de/00000099ee0f17e06/index.php.
28Krahl, Costituzione e lotta di classe, cit., p. 324.
29Ivi, p. 323
30Ibidem
31A. Kluge und O. Negt, Öffentlichkeit und Erfahrung: zur Organisationsanalyse von bürgerlicher und proletarischer Öffentlichkeit, Suhrkamp, 1974, trad. it. a cura di P.A. Rovatti, Sfera pubblica ed esperienza: per un’analisi dell’organizzazione della sfera pubblica proletaria, Mazzotta, 1979, p. 113
32Ibidem
33Krahl, Costituzione e lotta di classe, cit., p. 33.
34Ivi, p. 346
35Ivi, p. 347
36Ivi, p. 350
37Ivi, p. 376
38Ivi, p. 421
39Ivi, p. 423
40Ibidem
41Krahl, Aufklärung ist in der Tat, cit., Tesi 3 e 6.
42Krahl, Costituzione e lotta di classe, cit., p. 372.
43Ivi, p. 373
44Ibidem

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