Un travail de soi sur soi

Krahl e il lavoro intellettuale

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Adorno e Krahl alla Buchmesse di Francoforte, 1968.

1968

Hans-Jürgen Krahl è una delle più importanti figure del ‘68 tedesco. L’osservazione è banale e tuttavia essa segnala una necessità profonda. Le sue molteplici sollecitazioni teoriche, le intuizioni e le polemiche colte che seppe animare – celebre, su tutte, quella contro Habermas, su cui torneremo brevemente – devono essere lette sempre in attrito con i fatti della rivolta studentesca da una parte e con le restrizioni fondamentali della democrazia promosse nella Repubblica Federale dei Notsstandsgesetze, dall’altro. Questa necessità vale come punto di metodo generale. Come ha scritto Marco Bascetta, il pensiero di Krahl è tutto “concitazione pragmatica”, lavoro nella “contingenza”1: la teoria – per così dire – sale dalla pratica al pensiero, acciuffa concetti dal basso, li distingue all’interno di uno sviluppo storico colto dall’angolo visuale del conflitto politico. Un metodo dunque che riesce a distinguere le forme di coercizione che hanno accompagnato l’evoluzione riformista dell’ordoliberismo tedesco e che tuttavia, a partire dall’analisi materiale delle lotte, riapre sempre il quadro teorico.

Si distingue in questo metodo, il risultato di una lettura feconda dei Grundrisse. Krahl utilizza il metodo marxiano nel suo farsi, indissociabile dalla storia concreta: Das Kapital è un orizzonte dal quale estrarre, con la teoria, “il motore generativo delle categorie di analisi” e con la politica, il “progetto di rivoluzione che il lavoro vivo costruisce all’interno della struttura della produzione capitalista”2 è il nesso, il rapporto storico-politico aperto che si gioca tra produzione capitalistica e lotta di classe3. La polemica con la Scuola di Francoforte è presente già a questo livello. Il neocapitalismo di Krahl è contraddistinto dalla contraddizione, ma la sua assiomatica non arriva mai a chiudersi, si sbilancia sempre di nuovo su conflitti e aporie. Dentro allo scontro vive poi il movimento del reale, la forza costituente. Ma diciamolo meglio: il dispositivo teorico di Krahl inizia con la parola produzione, la immerge nel reale e poi vi fa ritorno. All’inizio si tratta di cogliere il dispositivo di dominio – la sua costituzione appunto – e alla fine del circolo di aprire la ricerca sulla sua dinamica – la forza costituente. Il piano del reale risulta dunque irrimediabilmente e positivamente spaccato in due: capitale e lavoro. Da qui si parte:

Si pone il problema – scrive Krahl – se Marx sia riuscito a determinare la dialettica del lavoro, cioè il lavoro sociale, non solo come pena che valorizza il capitale, ma anche come forza produttiva dell’emancipazione che nega il capitale; vale a dire se in Marx sia dimostrato che le forze produttive rappresentano, come tali, altrettanti mezzi di emancipazione4.

Bene. Guadagniamo adesso qualche metro in precisione. Krahl è stato probabilmente uno dei più importanti critici del lavoro intellettuale nelle società a capitalismo avanzato. Ancora una volta è necessario partire da quella data: 1968. Ed ancora una volta è banale rilevare che una delle cifre fondamentali della contestazione studentesca fu la polemica contro le figure eminenti del dibattito pubblico e accademico dell’epoca. Ma non si tratta semplicemente di questo. Attraverso il 1968, e dentro alla critica antiautoritaria, si consumava in realtà l’ultimo capitolo della storia di quell’intelligenza europea che, se da una parte aveva saputo costruire una poderosa valutazione della società industriale, dall’altra tendeva a ritrarsi con terrore dalle sue stesse previsioni. In Germania in particolare, dove gli esiti ultimi della Scuola di Francoforte – dalla quale lo stesso Krahl proviene – costringevano ad alternare catastroficamente – lo ha notato ancora Marco Bascetta – “eticità tragica e aggiustamenti riformistici”5. Il dissenso con Habermas è tutto contenuto in questo passaggio. La distinzione tra ragione discorsiva e ragione strumentale secondo Krahl provoca due perversioni della teoria: da una parte impoverisce la nozione marxiana di prassi, schiacciandola su un modello di razionalità “soltanto tecnica”; dall’altra ipostatizza la sfera dell’agire comunicativo in una “idealistica, libera comunicazione degli spiriti di un’utopia parlamentare (…) mediata da simboli concordati fra i soggetti”6. “Miseria della teoria critica”, scrive allora Krahl: Habermas cancella sistematicamente le relazioni sociali e lo sfruttamento. Egli riduce l’interazione a mero atto discorsivo libero dal dominio. Quanto più ricco è invece il concetto marxiano di prassi, la cui forza risiede nella sua strutturale ambiguità! “L’attività oggettuale”in Marx non è mai la semplice prestazione di lavoro – “azione strumentale dell’immediato ricambio organico tra uomo e natura” – ma insieme anche relazione, sviluppo intellettuale, politico, intersoggettività concreta. Essa include cioè, secondo Krahl, “il rapporto di soggetti che sono in relazione l’uno con l’altro” come “soggetti emancipati”7.

Evidentemente allora non si può ridurre la critica del lavoro intellettuale a semplice polemica anti-autoritaria, né possiamo limitarla ad una diagnosi dei limiti teorici degli ultimi francofortesi e neppure la si può leggere come riconoscimento disarmato della sussunzione della società delle lettere nel mercato culturale. La polemica di Krahl, infatti, è tanto più acuta quanto più essa riconosce nuove funzioni per il lavoro intellettuale. Ci torneremo. Per adesso basti notare che, in tal senso – per quanto la suggestione che altrove ha proposto Nicolas Martino sia intrigante – non mi pare possibile leggere Krahl in continuità con la tradizione della “contro-narrazione del boom economico italiano”di Luciano Bianciardi8. La vita agra o Il lavoro culturale residuano infatti di una indignata denuncia della caduta di prestigio sociale degli uomini di cultura: la critica di Bianciardi è rimpianto di una posizione perduta, nostalgia, smarrimento, angoscia qualche volta sublimate in un sorriso ironico e amaro, altre volte fatte esplodere in una rabbia impotente.

Krahl invece sfugge alla trappola della crisi dell’intellighenzia, leggendo esplicitamente in termini produttivi – e per molti versi dunque anticipando – le nuove forme del lavoro culturale. In ciò egli è molto più vicino al Franco Fortini di Verifica dei poteri o, più avanti nel tempo, ad alcune prese di posizione di Lucio Castellano, un riferimento che lo stesso Martino ha puntualmente sottolineato:

Nessuna difesa – scrive Martino – del ruolo separato e tradizionale dell’intellettuale e dell’artista dunque, ma al contrario la sua delegittimazione che apre nuove prospettive di emancipazione, come qualche anno dopo ricorderà anche Lucio Castellano in un suo articolo pubblicato sulla rivista Metropoli in cui scriveva che “il mutamento che materialmente stiamo vivendo è diverso, perché non concentra il potere ma lo disperde, e la prima cosa che mette in discussione è la possibilità del governo, il ruolo e lo statuto del sapere degli intellettuali”; e ancora: “il lavoro intellettuale può rappresentare quello operaio dirigendolo; nel momento in cui diviene produttivo esso stesso, non c’è più nulla da rappresentare e nessuno più che rappresenti”9.

Occorre a questo punto una seconda considerazione che rende il nostro assunto iniziale meno scontato: cosa significa, dal punto di vista del pensiero, il ‘68? Possiamo azzardare una definizione qualitativa, non semplicemente cronologica e neppure ferma all’analisi della storia militante? O almeno: cosa è stato il ‘68 di Krahl? Bisogna intendere il 1968 come un momento di critica del movimento operaio tradizionale e delle sue diverse tradizioni culturali. Una critica che tuttavia era fondata sulla mutazione profonda della composizione tecnica e politica della classe operaia: “Col progredire della socializzazione del capitale – scrive Krahl – del lavoro produttivo e della scientifizzazione tecnologica della produzione, anche il proletariato industriale in senso stretto tende a rappresentare sempre più un momento del processo lavorativo complessivo e sempre meno la totalità del lavoro produttivo”10. Socializzazione, scienza e tecnologia: questi sono i termini-chiave del problema.

Qui la questione degli intellettuali assume un particolare valore. Perché è a partire dal 1968 che assistiamo ad una serie di fenomeni fondamentali: la sussunzione di molti aspetti delle tradizionali lotte operaie da parte delle lotte studentesche; la progressiva definizione di un’inedita centralità dei conflitti che insistono sul terreno della riproduzione e si articolano sul piano metropolitano: dal sapere, alla salute, ai servizi urbani; la nuova centralità conquistata dal lavoro nei servizi, dal lavoro informatico e dalle prime forme di lavoro digitalizzato; la messa a lavoro delle capacità cognitive dei soggetti e così via seguitando. Il 1968 esprime dunque una radicale modifica dei processi di soggettivazione antagonista, conseguente a un mutamento maggiore nella composizione del soggetto produttivo.

Questo nesso, colto in molte esperienze del marxismo eretico europeo, Krahl ha saputo intuire a suo modo: il lavoro culturale è sempre più determinato come lavoro comune, salariato, alienato e sfruttato dall’industria. Da questa premessa maggiore discende il rifiuto della figura tradizionale dell’intellettuale impegnato, ormai inscritto in una traiettoria di progressiva proletarizzazione:

I componenti dell’intellighenzia scientifica – scrive Krahl – non possono più intendere se stessi, nel senso della borghesia illuminata, come possessori per così dire intellegibili della Kultur, come produttori di rango superiore, di rango metafisico – e questo vale anche per le scienze improduttive, che non sfuggono al processo di trasformazione tecnologica. È appunto questa situazione […] che spiega l’atteggiamento piccolo-borghese assunto fin dall’inizio dalla coscienza di emancipazione antiautoritaria. Il ricordo nostalgico di contenuti emancipativi della borghesia rivoluzionaria e del giusto scambio ha provocato […] una paura regressiva per l’espropriazione tecnologica del loro possesso intelligibile della cultura borghese. Mentre l’intellighenzia tecnica assume forme di coscienza del tutto astoriche, l’intellighenzia umanistica piange la perdita della sua fittizia proprietà della cultura borghese di cui conosce l’irrevocabile tramonto11.

Tuttavia, allo stesso tempo, è dentro questa nuova qualificazione tecnica, interamente organizzata dal ciclo di riproduzione capitalistico, che la scienza, i saperi, le capacità cognitive assumono una nuova centralità produttiva e i soggetti che ne sono portatori, di conseguenza, centralità politica. Le Tesi sul rapporto generale d’intelligenza scientifica e coscienza di classe proletaria rappresentano l’occasione per impostare una lettura del rapporto tra produzione e lotta di classe in un contesto sempre più esposto alla trasformazione immateriale del lavoro.

Lavoro intellettuale come capitale fisso

Nel tardo-capitalismo, secondo Krahl, il lavoro degli operai, comandato e organizzato in fabbrica, non è più la fonte principale della valorizzazione. Il processo di produzione del valore dipende adesso direttamente dallo stato di sviluppo della scienza, della tecnologia, delle comunicazioni, persino del tempo libero. Questa trasformazione fondamentale reagisce positivamente sulla soggettività. Mentre le sinistre tradizionali continuano a concepire il processo economico sulla base della centralità della fabbrica, il 1968 svela un nuovo paesaggio politico che si stende all’interno della trama metropolitana. Le nuove figure produttive del lavoro tecno-scientifico, studenti compresi, rappresentano dunque lo spazio di costruzione della soggettivazione antagonista, da Krahl definita in termini di coscienza di classe proletaria.

Per cogliere la definizione di classe su cui ragiona Krahl, dobbiamo tuttavia guardar dentro il suo linguaggio ancora idealistico-dialettico, in fondo tipicamente francofortese. Riconosciamo allora un’aria di famiglia. In effetti, queste tesi andrebbero lette in parallelo ad altri testi europei del periodo. Il concetto di costituzione, si determina nella dialettica differenziale tra produzione e lotta di classe, si è detto. Ma allora si tratta dello stesso movimento teorico-pratico che l’inchiesta operaista andava scoprendo in Italia attorno al binomio composizione tecnica/composizione politica o che l’analisi storico-critica di Edward P. Thompson svelava nel suo magistrale The Making of the English Working Class. In tutti questi esempi la classe “non è una cosa”, passivamente determinata da uno specifico livello dello sviluppo delle forze produttive, ma “un rapporto”, un “processo attivo”, messo in moto da soggetti e contesti12.

There is today – scrive Thompson – an ever-present temptation to suppose that class is a thing. This was not Marx’s meaning, in his own historical writing, yet the error vitiates much letter-day “Marxist”writing. “It”, the working class, is assumed to have a real existence, which can be defined almost mathematically – so many man who stand in a certain relation to the means of production. Once this is assumed it becomes possible to deduce the class-consciousness, which “it”ought to have (but seldom does have) if “it”was properly aware of its own position and real interests. There is a cultural superstructure, through which this recognition dawn in inefficient ways. these cultural “lags”and distortions are a nuisance, so that is easy to pass from this to some theory of substitution: the party, sect, or theorist, who disclose class-consciousness, not as it is, but as it ought to be13.

Allo stesso modo funziona per Krahl. Come ha scritto ancora Bascetta: “nel modo di produzione interamente socializzato e che ha fatto della scienza il principale fattore produttivo, il problema del soggetto della trasformazione sociale richiede occhi nuovi”e va scovato nell’”intreccio tra materialità produttiva e modo relazionale”14. Ciò significa che la costruzione di uno spazio di soggettivazione antagonista avviene dentro il nuovo rapporto che si produce a partire dalla “sostituzione del lavoro vivo ad opera della scienza e della tecnica”. In altri termini: la soggettivazione politica che Krahl cerca è sempre tecnicamente informata, ma proprio perciò essa funziona attorno alla contraddizione centrale che si verifica tra socializzazione del capitale e appropriazione privata, tra processo reale di produzione della ricchezza e misura della sua distribuzione.

L’applicazione della tecnica e della scienza al processo produttivo ha raggiunto uno stadio di sviluppo tale da minacciare di far saltare il sistema. Essa ha indotto cioè una nuova qualità della socializzazione del lavoro produttivo che non tollera più la forma di oggettivazione imposta al lavoro stesso dal capitale15.

Bisogna tuttavia intendersi su cosa determini questa strutturale instabilità. Perché la socializzazione del lavoro produttivo non tollera più le forme di oggettivazione imposte dal capitale? Come ha scritto Paolo Virno16, quando la tecnica e la scienza diventano le forze produttive fondamentali, ciò che conta nel lavoro è tutto ciò che appartiene essenzialmente “all’interazione dell’insieme dei viventi”, quelle “attitudini generali”come “la facoltà di linguaggio, la disposizione all’apprendimento, la capacità di astrazione e di messa in relazione, l’accesso all’autoriflessione ecc.”.

Marx – ha scritto Virno – concepisce il General Intellect come “capacità scientifica oggettivata”nel sistema delle macchine, e quindi come capitale fisso. Così riduce (…) il carattere pubblico dell’Intelletto all’applicazione tecnologica delle scienze naturali al processo produttivo. L’avanzamento decisivo consiste nel dare importanza maggiore al lato per il quale il General Intellect si presenta finalmente come attributo diretto del lavoro vivo, repertorio dell’intelligentsia diffusa17.

Il General Intellect è una facoltà, “o più esattamente quella facoltà che rende possibile ogni composizione particolare, l’esecuzione virtuosa”18. Secondo Virno questa natura del lavoro, comporta la sua irriducibilità a capitale fisso. Bisogna tuttavia esser chiari. Mi pare che il punto sollevato da Krahl sia inverso: è esattamente perché le interazioni e le attitudini generali dell’insieme dei viventi costituiscono capitale fisso che la critica funziona. Ma diciamolo meglio. L’intelletto è ormai unito indissolubilmente al lavoro. Esso è cioè preso, inibito e deformato dalla relazione di potere specifica dei cicli di riproduzione capitalistica. Ciò significa due cose: innanzitutto che il General Intellect è “il fondamento di una cooperazione più ampia di quella specifica al campo del lavoro “pur rappresentando al contempo “la risorsa più preziosa della produzione capitalista”19. Ma, secondo passaggio, questa eccedenza del lavoro, risulta immediatamente “eterogenea” rispetto alla “divisione tecnica e gerarchica” che la sussunzione reale della società impone sulla produzione sociale, proprio perché porzioni intere del capitale fisso sono ormai riappropriate, indissolubili, interne alla cooperazione, alle interazioni, alle relazioni tra soggettività essenzialmente libere.

La produzione di soggettività, che Krahl volle sempre tenere a stretto contatto con “l’esperienza della lotta”20, si arricchisce qui di un’estensione macchinica e culturale, ibrida scienza e vita, sapere ed esperienza, relazione e costruzione politica. Ma, quanto più conta è che si inverte la relazione tra capitale variabile e capitale fisso, tra uomo e macchina: “la macchina – hanno scritto Toni Negri e Michael Hardt – è integrata al soggetto, non come sua appendice, una sorta di protesi, ma è profondamente connaturato al soggetto l’essere umano e macchina al tempo stesso”21. A questo punto tutte le forme di normatività indiretta del comando sul lavoro crollano e il rapporto capitalistico si configura in termini di controllo finalizzato alla predazione e all’estrazione, di un valore prodotto indipendentemente dal rapporto sociale dato.

L’intellettuale come imprenditore di se stesso

Torniamo dunque alla critica del lavoro intellettuale. Da quanto si è scritto fin qui dovrebbe risultare chiaro perché, a questo punto, la semplice denuncia dell’universo alienato dell’industria culturale non regge più. La critica francofortese come è noto, definiva cinema, radio, televisione e mercato editoriale, fabbriche dell’anima – analizzate dunque secondo il modello della catena di montaggio – e i loro prodotti come merci seriali, meccanizzate e parcellizzate, insensibili alle differenze di qualità. Una tale critica tuttavia, come ha notato ancora Paolo Virno, può al massimo terminare nella ricerca degli aspetti “refrattari all’assimilazione completa del processo di lavoro”. Ma si tratta di un’ipotesi sterile e auto-contraddittoria, almeno nella misura in cui non vede quanto sia esattamente l’anti-funzionale o il non funzionale a costituire “il nocciolo centrale e propulsivo della produzione sociale”22. Un tratto che in tendenza è invece chiaro già nelle Tesi di Krahl, proprio perché qui l’analisi resta piantata dentro alla nuova organizzazione del lavoro: non cerca margini, residui, sacche di purezza, ma agisce sulle eccedenze, spezza limiti, avanza implementando le capacità della produzione sociale. “Come valutare – scrive Krahl – le forme di decadenza dell’intellighenzia scientifica (…) Senza ignorare la nuova qualità storica della scienza come forza produttiva?”23. Questa è la domanda. E la risposta la si trova individuando nel General Intellect il motore della produzione, connettendo questa intuizione alle lotte del proletariato metropolitano e studentesco. Krahl indicava così un percorso inedito alle organizzazioni del movimento operaio.

La ricerca da compiere, allora, doveva farsi concreta. Urgeva rinnovare l’analisi dei ruoli oggettivi della conoscenza scientifica e culturale, ormai interni alla produzione capitalistica, da rovesciare in prassi politica. Nessuna generica dequalificazione del lavoro intellettuale, insistiamo, ma, al contrario, esattamente una sua piena riqualificazione che funziona anche quando – come ha notato negli stessi anni Manfredo Tafuri – “si presenta come esproprio di posizioni di privilegio sociale”24. Analizzare il lavoro intellettuale è possibile dunque solo a partire dalle mediazioni reali attraverso le quali si organizzano le nuove funzioni di controllo sulla forza-lavoro e ribaltando successivamente i risultati dell’analisi teorica in elementi della pratica politica. L’uso della scienza e della tecnica come fattori produttivi si impone in effetti come necessità dei cicli di riproduzione del capitale e insieme come spazio essenziale di controllo dei movimenti di classe.

Leggere nelle condizioni attuali del lavoro intellettuale – scrive Tafuri nel 1970 – una concreta tendenza verso un’omogeneizzazione materiale, che passa attraverso i processi di ristrutturazione sociale e produttiva capitalistici, significa riconoscere nella massificazione e nella mobilità dei ruoli, nella perdita dei privilegi tradizionali riservati al lavoro intellettuale, nel distacco – che avviene già nella fase di preparazione scolastica e universitaria – dai contenuti del proprio lavoro, nell’estraneità che finalmente anche l’intellettuale è obbligato a sperimentare nei confronti dell’organizzazione capitalistica del proprio lavoro, alcune delle condizioni positive da cui ripartire per elaborare un programma di attacco al piano complessivo25.

Le Tesi di Krahl si muovono allo stesso modo. In tal senso possiamo dire che esse anticipano per molti versi e insieme superano buona parte delle attuali ipotesi di critica al neoliberismo. In particolare, l’affermazione assai diffusa di un’analogia profonda tra lo schema dell’imprenditore di se stesso – che alcuni fanno derivare dalle analisi foucaultiane – e quella “parodia dell’autorealizzazione” che il neoliberismo ottiene nel mettere a valore le capacità comunicative, cognitive e intellettuali delle singolarità, non regge alla lettura delle tesi di Krahl. Ricerche di tal genere26 infatti, pur partendo da una critica – per molti versi sacrosanta – del regime di visibilità e di auto-disciplinamento cui sono sottoposti i Knowledge Workers, come anche della crescente disponibilità al lavoro gratuito – inteso come forma di accumulazione di skills e competenze che rimpolpino lo stock di capitale umano da vendere sul mercato – e più in generale delle tecniche di sé modellate dal management neoliberale, appaiono sempre, se confrontate con il testo di Krahl, unilaterali. Le Tesi del 1969, infatti, proprio nella misura in cui restano materialisticamente determinate dalla “contraddizione fra socializzazione e proprietà privata” che si determina nel momento in cui quote essenziale del capitale fisso si incorporano nel nesso tecno-scientifico prodotto dalle interazioni sociali, scartavano la nostalgia verso le trasfigurazioni idealistiche del lavoro astratto – “l’appropriazione borghese della Kultur” – e aprivano il tema del soggetto sul lato della pratica antagonista:

Il lavoro intellettuale – scrive Krahl – nella misura in cui à traducibile in attività industriale, è sempre più colpito dalla disgrazia di essere lavoro produttivo e, d’altra parte, nella misura in cui è traducibile in tecnica è uniformato alle norme del valore, in maniera sempre più adeguata al capitale. Eppure la distruzione della coscienza culturale tradizionale apre la strada a processi di riflessione proletari, alla liberazione cioè dalle finzioni idealistiche della proprietà, e ciò rende possibile anche ai produttori scientifici di riconoscere nei prodotti del loro lavoro il potere oggettuale ed ostile del capitale e, in se stessi, degli sfruttati27.

Qui davvero il determinismo della macchina di estrazione del plusvalore prodotto socialmente si rompe. L’aspetto fondamentale del “capitalismo monopolistico tecnologizzato “, dice Krahl, risiede nel “fatto che la ricchezza sociale e la civilizzazione formatesi sulla base della produzione materiale”, rendono “l’associazione di uomini liberi, un’oggettiva possibilità storica”28. Oggi diremmo che la soggettivazione politica che attraversa la produzione cognitiva funziona – in modo certo più aderente al testo foucaultiano – sempre in due sensi. Non si tratta semplicemente di management dell’anima, ma di un travail de soi sur soi – sempre insieme soggezione e soggettivazione, dominio e libertà – i cui equilibri tuttavia si sciolgono esclusivamente “sulla base dell’esperienza pratica della lotta politica”. Com’è noto Krahl definiva la sua ipotesi in termini di “utopia concreta”29. Ma oggi quanto allora pareva difficile da individuare, sembra più chiaro. Da una parte lo schema positivistico delle scienze analitiche e della tecnica sociale non contiene più l’eccedenza delle dinamiche di soggettivazione e impongono un regime di crisi permanente. E d’altra parte appare sempre più legittima la domanda posta da Michael Hardt e Toni Negri:

Se la forma del lavoro tende verso la completa immaterialità, se il mondo della produzione è descrivibile nei termini di ciò che Marx chiamò il General Intellect, allora il lavoro vivo indica lo spazio che su questo terreno si apre per la ricomposizione politica dell’antagonismo. Perché non riappropriarsi della natura immateriale del lavoro vivo? Perché non chiamare la proprietà privata dei mezzi di produzione furto – mille volte di più in quanto esercitata anche sul nostro lavoro immateriale, sulla più profonda e indomabile natura dell’uomo?30

 

Note

Note
1Bascetta M., Prefazione a Krahl H-J., Attualità della rivoluzione. Teoria Critica e Capitalismo maturo, Manifestolibri, 1998, p. 8.
2Negri T., Karl Marx’s Grundrisse, 29/01/2013 in http://www.uninomade.org/karl-marx-grundrisse/
3Cf. Krahl H-J., Produzione e lotta di classe, in Krahl H-J., Attualità della rivoluzione, cit., p. 189-223
4Ivi, p. 193.
5Bascetta M., Prefazione a Krahl H-J., Attualità della rivoluzione, cit., p. 9.
6Krahl H-J., La miseria della teoria critica di un teorico critico. Una risposta a Jürgen Habermas, in Krahl H-J., Attualità della rivoluzione, cit., p. 112.
7Ivi, p. 199
8Martino N., Do you remember Bianciardi? in https://www.alfabeta2.it/2015/06/13/do-you-remember-bianciardi/
9M. Nicolas, Pier Vittorio Aureli e il valore del lavoro intellettuale, in Il manifesto, 16/07/2016
10Krahl H-J., Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, in Krahl H-J., Attualità della rivoluzione, cit., p. 137
11Ivi, pp. 149-150
12Thompson E. P., The Making of The English Working Class, Vintage Books, 1966, p. 17.
13Ivi, p. 10
14Bascetta M., Prefazione a Krahl H-J., Attualità della rivoluzione, cit. p. 16-17
15Krahl H-J., Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, cit., p. 136
16Virno P., L’usage de la vie et autres sujets d’inquiétude, L’éclat, 2016
17Ivi, p. 230-231
18Ibidem
19Ivi, p. 232
20Krahl H-J., Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, cit., p. 139
21Negri T., Hardt M., Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello Stato Postmoderno, Manifestolibri, 1995, p. 20.
22Virno P., L’usage de la vie et autres sujets d’inquiétude, cit., p. 229
23Krahl H-J., Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, cit., p. 132
24Tafuri M., Lavoro intellettuale e sviluppo capitalistico, in “Contropiano. Materiali Marxisti “, 2, 1970, p. 279.
25Ivi, p. 280
26Cf. Gentili D., Nicoli M. (a cura di), Intellettuali di se stessi. Lavoro intellettuale in epoca neoliberale, “Aut Aut “, 365, 2015.
27Krahl H-J., Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, cit., p. 148
28Ivi, p. 144
29Ivi, pp. 151-152
30Negri T., Hardt M., Il lavoro di Dioniso, cit., p. 28.

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