La liberazione della donna

Sesso contro sesso o classe contro classe?

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Movimento di Liberazione della donna, foto di Agnese De Donato, Manifesto (Dettaglio) - Courtesy Fondazione Elvira Badaracco, Milano.

Arriva oggi in libreria per Meltemi un classico del marxismo contemporaneo, La liberazione della donna, di Evelyn Reed. In una nuova edizione, che ripropone i testi già raccolti nella precedente, e ormai introvabile edizione Savelli del 1973, il libro è arricchito da una presentazione di Amelia Rossi, seguita dall’introduzione di Rosalba Spagnoletti alla prima edizione italiana. La traduzione è di Cristiana Ambrosetti. Ringraziando l’editore per la disponibilità, ne proponiamo qui un’anticipazione dal 5 capitolo. 

Nato con un intento chiaramente polemico nei confronti delle analisi sulla condizione della donna di stampo marcatamente sociologico, questo pamphlet sui generis si propone di rintracciare nei fondamenti del materialismo storico quegli agganci teorici che pongano fine al mito dell’inferiorità della donna. Dalle società preistoriche al moderno mondo capitalista, gli articoli qui riproposti esaminano le radici economiche e sociali dell’oppressione delle donne. Una testimonianza ancora attualissima, da parte di una delle voci più importanti del femminismo americano.

Lo sciovinismo maschile suscita grande indignazione fra le donne e fomenta un profondo antagonismo fra i sessi. Prevalgono due modi diversi di trattare questo aspetto della liberazione della donna. Uno è quello marxista. Sappiamo che le donne sono handicappate e umiliate in una società dominata dall’uomo e anche che sono pienamente qualificate per organizzarsi attivamente contro questi mali. Nello stesso tempo il marxismo ci insegna che la sottomissione di un sesso è parte e conseguenza di un’oppressione più ampia e dello sfruttamento delle masse lavoratrici da parte dei capitalisti, detentori del potere e della proprietà. Quindi la lotta per la liberazione delle donne è inseparabile dalla lotta per il socialismo.

L’altro punto di vista sostiene che tutte le donne, come sesso, sono sulla stessa barca e hanno scopi e interessi identici, indipendentemente dalla loro posizione economica e dalla classe a cui appartengono. Quindi, per ottenere l’emancipazione, tutte le donne dovrebbero unirsi e condurre una guerra basata sulla differenza di sesso contro i maschi sciovinisti, loro nemici giurati. Tale conclusione unilaterale e deviante può recare un notevole danno alla causa della libertà della donna.

È vero che le donne in generale, anche quelle delle classi superiori, soffrono in qualche modo dello sciovinismo maschile. In alcune occasioni e su certi temi è utile e necessario che donne appartenenti a strati sociali diversi formino particolari organizzazioni o agiscano unitariamente per eliminare ingiustizie e disuguaglianze imposte al loro sesso. Un esempio è il movimento per la legalizzazione del controllo delle nascite e del diritto di aborto. Tuttavia, anche la garanzia di veder realizzate queste urgenti riforme, non eliminerà le cause fondamentali dell’oppressione della donna, che sono radicate nella struttura di classe della nostra società. Riguardo a tutte le questioni fondamentali concernenti la proprietà privata, le donne ricche sono favorevoli al mantenimento dello status quo e della loro posizione privilegiata, esattamente come gli uomini ricchi. Quando ciò si verifica, esse tradiscono il loro sesso in favore dei loro interessi e privilegi di classe.

Quindi, classe contro classe deve essere la linea direttiva nella lotta per la liberazione dell’umanità in generale e della donna in particolare. Soltanto una vittoria rivoluzionaria sul capitalismo, condotta dagli uomini e dalle donne lavoratrici e appoggiata da tutti gli oppressi, può riscattare le donne dal loro stato di soggezione e garantire loro una vita migliore in una nuova società. Questa affermazione teorico-politica marxista è stata confermata dall’esperienza di tutte le rivoluzioni vittoriose, Russia, Cina e Cuba. Quali che fossero i loro limiti, i miglioramenti che queste rivoluzioni hanno garantito alle condizioni della donna sono stati realizzati non attraverso una lotta fra i sessi, ma attraverso una lotta di classe. Non importa quanto radicale possa sembrare; la sostituzione dell’ostilità fra i sessi alla lotta di classe da parte di donne troppo zelanti sarebbe una pericolosa deviazione dalla vera via della liberazione. Tale tattica potrebbe soltanto dare buon gioco ai peggiori nemici delle donne e della rivoluzione socialista.

Questo errore ultraradicale, volto a contrapporre sesso contro sesso invece di classe contro classe, si è manifestato in una controversia condotta all’interno del partito socialista (Socialist Workers Party) nel 1954. Durante quel dibattito furono sollevati temi importanti sull’uso dei cosmetici, la moda e tutti i mezzi atti a fornire alle donne lo standard di bellezza desiderato o richiesto e renderle quindi attraenti per gli uomini. Ci fu una curiosa condiscendenza da parte di donne che più delle altre vociferavano contro di esso verso lo sciovinismo maschile, e questo dovrebbe essere un aspetto interessante per le donne radicali che si occupano del problema oggi. Quanto segue è parte del mio contributo a quella discussione (che fu originariamente pubblicata nell’ottobre 1954 sul Bollettino del partito).

Cosmetici e mode nel commercio della bellezza

Le distinzioni di classe tra donne trascendono la loro identità di sesso. Questo è vero soprattutto nella società capitalistica moderna, in cui la polarizzazione delle forze sociali è più aspra. Storicamente, la lotta fra i sessi fu parte del movimento borghese femminista del secolo scorso. Si trattava di un movimento riformista, condotto nell’ambito del sistema e non contro di esso. Fu però una lotta progressista, perché le donne si ribellarono contro il dominio pressoché totale del maschio. Con il movimento femminista, le donne ottennero un consistente numero di riforme. Ma quel tipo di movimento femminista ha fatto il suo tempo, ha raggiunto i suoi limitati obbiettivi, e i problemi che oggi ci troviamo di fronte devono essere situati nel contesto della lotta di classe.

La “questione femminile” può essere risolta soltanto con l’alleanza degli uomini e delle donne lavoratrici contro gli uomini e le donne che detengono il potere. Ciò significa che gli interessi comuni dei lavoratori come classe sono superiori agli interessi delle donne come sesso. Le donne appartenenti alla classe dominante hanno esattamente lo stesso interesse alla conservazione della società capitalistica che hanno i loro uomini. Le femministe borghesi lottarono, tra le altre cose, per il diritto delle donne, come degli uomini, ad avere proprietà intestate a loro nome. E ottennero questo diritto. Oggi le donne plutocrati possiedono favolose ricchezze a esse intestate. Sui temi politici e sociali fondamentali non simpatizzano o si alleano con le donne lavoratrici, i cui bisogni possono essere soddisfatti soltanto con l’abolizione di questo sistema. Perciò l’emancipazione delle donne lavoratrici non si otterrà attraverso un’alleanza con le donne della classe nemica, ma, al contrario, con una lotta contro di esse, parte della lotta totale contro il capitalismo.

Il tentativo di identificare gli interessi delle donne come sesso assume una delle sue forme più insidiose nel campo della bellezza femminile. È sorto il mito che, poiché tutte le donne vogliono essere belle, hanno tutte lo stesso interesse per i cosmetici e la moda, ritenuti oggi indispensabili alla bellezza. Per sostenere questo mito è stato detto che il desiderio di essere belle si è affermato in tutte le età della storia e per tutte le donne. I trafficanti nel campo della moda portano come testimonianza di ciò il fatto che anche nella società primitiva le donne dipingevano e decoravano il loro corpo. Per sfatare questa credenza, rivediamo brevemente la storia della cosmetica e della moda.

Nella società primitiva in cui non esisteva la competizione sessuale, non c’era bisogno di cosmetici né di mode come sussidi artificiali della bellezza. I corpi e i visi sia degli uomini che delle donne venivano dipinti e “decorati”, ma non per ragioni estetiche. Questi usi nacquero da necessità diverse connesse con la vita primitiva e con il lavoro. In quell’epoca era necessario per ciascun individuo appartenente a un gruppo familiare essere “contrassegnato” come tale, sia secondo il sesso che secondo l’età. Questi “contrassegni” comprendevano non solo ornamenti, anelli, braccialetti, gonnelle ecc. ma anche incisioni, tatuaggi e altri tipi di decorazione del corpo, e indicavano non solo il sesso di ciascun individuo, ma anche l’età e il lavoro dei membri della comunità, man mano che maturavano dall’infanzia, all’età matura e alla vecchiaia. Più che “decorazioni” quei contrassegni si possono considerare un modo primitivo di evidenziare la storia della vita di ogni individuo, cosa che oggi noi facciamo con gli album di famiglia. Poiché la società primitiva era comunitaria, questi segni indicavano anche una completa uguaglianza sociale.

Poi venne la società di classe. I contrassegni, simbolo anche di uguaglianza sociale nella società primitiva, vennero trasformati nel loro opposto. Divennero modelli e decorazioni, simbolo di disuguaglianza sociale, espressione della divisione della società fra ricchi e poveri, fra governanti e governati. Cosmetica e moda cominciarono a essere prerogativa dell’aristocrazia. Una concreta esemplificazione si può trovare alla Corte francese prima della Rivoluzione. Fra i re, i principi e l’aristocrazia terriera, sia gli uomini che le donne vestivano secondo i dettami della moda. Erano dandy, con le facce dipinte, i capelli incipriati, nastri colorati, ornamenti d’oro e tutto il resto. Ambedue i sessi erano “belli” secondo gli standard in voga. Ma ambedue i sessi della classe dominante si distinguevano decisamente, con i loro cosmetici e i loro abiti, dai contadini poveri, che sudavano per loro sulla terra e che non erano certamente belli, secondo gli stessi standard. La moda fu in quel periodo simbolo di distinzione di classe e coinvolgeva ambedue i sessi della classe privilegiata contrapposti ad ambedue i sessi della classe lavoratrice.

Poi, quando gli usi borghesi soppiantarono quelli feudali, per alcune ragioni storiche, gli uomini lasciarono il campo della moda soprattutto alle donne. Gli uomini d’affari affermavano la loro posizione sociale, tra l’altro, con l’esibizione di mogli agghindate e abbandonarono i pantaloni dorati e i nastri colorati. Fra le donne, tuttavia, la moda distingueva ancora Judy O’Grady dalla moglie di un colonnello. Con lo sviluppo del capitalismo, si ebbe un’enorme espansione della produzione e con essa la necessità di un mercato di massa. Poiché le donne costituiscono metà della popolazione, i profittatori cominciarono a sfruttare il campo della bellezza femminile. Così il campo della moda uscì dai confini ristretti dei ricchi e fu imposto all’intera popolazione femminile.

Per servire alle esigenze di questo settore degli affari, le distinzioni di classe furono smussate e nascoste dietro l’identità del sesso. Agenti pubblicitari dilagarono con la propaganda: tutte le donne vogliono essere belle, quindi tutte le donne hanno interesse per i cosmetici e per la moda. L’alta moda si identificò con la bellezza e a tutte le donne furono venduti questi accessibili prodotti di bellezza sulla base delle loro “necessità” e “desideri” comuni.

Oggi il campo della “bellezza” frutta miliardi di profitti: cosmetici, abiti, capelli posticci, palestre per dimagrire, istituti di bellezza, gioielli veri e falsi e così via. Si è visto che la bellezza è una formula molto flessibile. Tutto ciò che un imprenditore doveva fare per diventare ricco era scoprire un nuovo ritrovato e convincere le donne che ne “avevano bisogno” e lo “volevano”. Vedi una qualsiasi pubblicità della Revlon. Per mantenere e aumentare questa pacchia bisognava propagandare altri miti a sostegno dei profittatori. Essi sono:

1. Da tempo immemorabile le donne sono state in competizione con altre donne per attrarre sessualmente un uomo. Questa è virtualmente una legge biologica dalla quale non si sfugge e, poiché è sempre esistita ed esisterà sempre, occorre che le donne si sottomettano al loro destino e siano in perenne competizione l’una con l’altra nel mercato del sesso capitalista.

2. Nella società moderna la bellezza naturale delle donne in realtà non conta. Si insinua anche che la natura abbia abbandonato le donne per quanto riguarda la bellezza. Per superare la loro mancanza di attrattiva e le deformazioni devono ricorrere a sussidi artificiali, che gentili profittatori hanno messo a loro disposizione. Esaminiamo questa propaganda.

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