Note di passaggio

Gilardi-1983_Torino-1-maggio_Md-1260x821
Piero Gilardi, 1 Maggio, Torino (1983).

Per riprendere come termine di paragone iniziale alcune formulazioni di uno studioso certamente attento a tutte quelle nefaste modalità d’impiego del «nostro» presente che hanno come obiettivo quello di ipotecare il futuro (Edgar Morin), cioè di de/finirlo, il nostro seminario di studi si articola invece sulla base della convinzione che sia proprio dal confronto critico con il presente, nella rilevazione delle sue «aperture» o delle sue «crepe», che possa scaturire qualcosa di significativo per il rilancio di una consapevolezza più soddisfacente delle trasformazioni attuali della relazione antropo-ecologica.

Su tali trasformazioni tanto è stato scritto e detto e ancora molto si tenta opportunamente di mettere a tema: si pensi esemplificativamente alle analisi di diverso segno sull’irruzione, oggi sempre più clamorosa, dell’umanità nel complesso delle vicende del nostro pianeta. Tutto concorre a sottolineare l’importanza di realizzare finalmente dei limiti ai vari fattori che sembrano mettere seriamente in crisi la nostra avventura antropologica: la crescita economica, l’urbanizzazione incessante e così via, a cui alcuni aggiungono anche la necessità di fissare dei limiti alla nostra mente, alla nostra razionalità (magari con un occhio di riguardo, in tale direzione, per l’accentuarsi del protagonismo, sempre più prevedibile, dell’intelligenza artificiale). Porre dei limiti appare così come la premessa per una gestione non disprezzabile di un passaggio delicato della storia mondiale, colto nelle sue indubbie e inquietanti criticità e anche nei suoi potenziali di cambiamento radicale.

La nostra idea è quella di prendere sul serio tali criticità e però di non consegnarci ad un qualche pessimismo irrimediabile, mascherato da moralismi inaccettabili o da giravolte etico-politiche di scadente qualità. In breve: la relazione antropo-ecologica è in crisi, certo, ma questa può essere anche la sua forza (forse lo è sempre stato…), nel senso che ciò può portare a non tentare semplicemente di sfiancarsi nella ricerca di limiti «migliori», «opportuni», ma di riconoscere invece le parzialità che sono in gioco, le parti e le poste del contendere, in un quadro disegnato/sovradeterminato dalle dominanti economico-finanziarie del nostro tempo. Nel riconoscimento complessivo delle parzialità, si tratta allora di prendere appunto parte. A che cosa? A tutto quello che delinea delle prospettive di più ampio respiro teorico, etico «e» politico.

Viviamo, come si dice, in un’epoca di grande disorientamento e allora a noi pare che l’unico modo per ri-orientarsi sia quello che si concretizza, nel presente, nella ripresa dell’avventura del pensiero, della ricerca, soprattutto delle pratiche materiali di una esistenza che è ormai consapevole del carattere illusorio di un’immagine che ci restituisce il futuro come qualcosa di già consumato o come un tempo pienamente razionalizzabile e dunque lineare. Se si vuole, la nostra è anche una scommessa da leggersi «politicamente», nel momento in cui puntiamo a un futuro che fa intravedere possibilità (certo anche pericoli) rispetto alle quali ci sembra importante rischiare una qualche decisione, nel senso della piegatura della metamorfosi antropologica in atto nella direzione di un più di umano e non di una sua sottrazione o, ancor peggio, di un suo limitarsi/qualificarsi in rapporto a pochi «soggetti», con le loro devastanti «bassezze d’animo» (Adorno-Horkheimer), per non dire altro.

condividi

Print Friendly, PDF & Email

Newsletter

Per essere sempre aggiornato iscriviti alla nostra newsletter

al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlg 196/03