Per una teoria generale dello sfruttamento

Forme contemporanee di estorsione del lavoro

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Sarenco, Poetical licence (dettaglio), 1971.

Proponiamo un estratto dal libro Per una teoria generale dello sfruttamento. Forme contemporanee di estorsione del lavoro di Christine Delphy, appena uscito per ombre corte, a cura e con una postfazione di Deborah Ardilli e con una prefazione di Mélissa Blais e Isabelle Courcy. Pioniera del movimento di liberazione delle donne in Francia ed esponente di punta del femminismo materialista francofono, Delphy riprende in questo volume gli assi portanti della critica dell’economia politica del patriarcato che ha elaborato a partire dagli anni Settanta. In una fase che vede la maggior parte del movimento femminista orientato ad analizzare il lavoro domestico in termini di riproduzione sociale di forza-lavoro e a promuovere una “democrazia della cura”, la sociologa francese mette invece in evidenza i limiti delle rivendicazioni relative alla conciliazione lavoro-famiglia e alla divisione dei compiti all’interno della coppia eterosessuale. Per individuare questi limiti e rilanciare l’azione politica femminista su binari più promettenti occorre anzitutto concettualizzare il lavoro domestico come un rapporto sociale di produzione a base familiare, sorretto da una serie di coadiuvanti istituzionali che garantiscono agli uomini di beneficiare dello sfruttamento — dell’appropriazione diretta — del lavoro delle donne. La società moderna, per Delphy, è caratterizzata dalla coesistenza di due modi di produzione — capitalistico e patriarcale — e dunque da due sistemi di classe. Riconoscerne soltanto uno, quello capitalistico, e negare o attenuare gli antagonismi che sorgono sul terreno dello sfruttamento domestico significa contribuire a naturalizzare l’edificio della disuguaglianza “privata”.

Gli uomini, in quanto gruppo, estorcono tempo, denaro e lavoro alle donne grazie a una serie di meccanismi, ed è in questa misura che costituiscono una classe. La situazione attuale delle donne in tutti i paesi occidentali è che la maggior parte di loro convive con un uomo – con un membro della classe antagonista – ed è nel quadro di questa convivenza che si realizza gran parte dello sfruttamento patriarcale; non la sua totalità, dato che anche le donne che non convivono con un uomo vengono sfruttate. Le donne che abitano con un uomo, in generale, non vivono la propria situazione in termini di sfruttamento – in termini di sistema –, ma capiscono che gli uomini sono in debito di tempo e di denaro verso di loro e vorrebbero recuperare questo debito. Si è visto che non riescono a farlo individualmente, nel quadro delle “negoziazioni di coppia” tanto vantate da alcune autrici. Esigere il proprio debito non è possibile nel quadro della coppia.

Bisogna osservare che sembra impossibile farlo anche sul piano militante: il movimento femminista riesce senz’altro a dire che le donne sono oppresse, ma contestualmente si rifiuta di dire che gli uomini godono di privilegi, per definizione indotti, e che bisogna toglierglieli. Le soluzioni proposte in genere consistono nel trovare una terza parte che paghi, che parifichi dall’alto la situazione dei due gruppi, in modo che il cambiamento sia benefico per le donne senza recare danno agli uomini. Ora, come si vede nella discussione attuale sulle pensioni, ciò è impossibile: se non si vuole che siano i/le salariati/e a pagare, allora deve farlo il padronato e viceversa.

Il movimento femminista deve avere finalmente il coraggio di dire che gli uomini hanno troppo, in ogni caso più di quanto spetti loro.

È possibile distruggere il risultato finale di un sistema, senza attaccarne le basi? È possibile concentrarsi esclusivamente sui risultati subiti e percepiti, sul debito degli uomini? Si tratta di un interrogativo più generale, che vale sia per la politica sia per la medicina, e in definitiva per tutte le situazioni che desideriamo modificare senza tuttavia intaccarne l’eziologia. Non possiamo risolvere qui una questione che, in ultima analisi, è più filosofica che politica. In compenso, possiamo cercare di sopprimere alcuni degli elementi che sostengono il sistema, senza essere in grado di prevedere quale effetto ne sortirà. Ma quali?

La negoziazione non funziona. Le donne condividono con gli uomini l’idea che il tempo degli uomini sia più prezioso, che valga di più del tempo delle donne. L’esperienza quotidiana le conferma in questa convinzione, poiché possono osservare che, per lo stesso tempo di lavoro, il loro compagno riceve un compenso maggiore del loro. Infine, il lavoro familiare non è considerato un vero lavoro, ma qualcosa privo di valore. Si considera lavoro familiare come qualcosa che appartiene alla natura delle donne, che fa parte dei loro obblighi, perché fa parte dell’essere una donna. Di modo che, laddove si esercita l’estorsione del lavoro domestico, all’interno di rapporti interindividuali, la situazione per il momento è bloccata.

Il sistema-fratello, l’altro pilastro dello sfruttamento economico delle donne, il mercato del lavoro, che è strettamente collegato al sistema propriamente domestico, dimostra la stessa forza di inerzia. È impressionante confrontare le statistiche dei vari paesi europei. Quali che siano le leggi antidiscriminatorie, anche laddove esistono – e non è il caso della Francia, che ha delle leggi, ma non delle sanzioni per la loro violazione – le differenze salariali sono le stesse, e restano costanti sul medio e persino sul lungo periodo. Cambiamenti sul mercato del lavoro e il recupero di posti e salari di cui le donne vengono derubate rovescerebbero la situazione domestica, se avessero luogo e se si sapesse come provocarli. Per il momento, anche questa via sembra bloccata. Poiché l’ingresso dal lato delle negoziazioni individuali, al pari di quello dal lato del mercato, produce risultati tanto miseri, forse è tempo di volgersi verso i coadiuvanti istituzionali, in particolare statali, della “non-divisione dei compiti”, un eufemismo che denota lo sfruttamento del lavoro domestico delle donne.

Sgombriamo subito il campo dalla rivendicazione irrealistica – fondata su un’analisi falsa – secondo cui sarebbe necessario ridurre il tempo di lavoro degli uomini. Questa rivendicazione continua a essere avanzata. Si tratta di un argomento che è stato utilizzato in Francia da alcuni gruppi militanti, come i sindacati o le associazioni di disoccupati/e, per dare una giustificazione “femminista” alla riduzione del tempo di lavoro (le “trentacinque ore”). Abbiamo visto che agli uomini non manca il tempo, certamente non più che alle donne. Avanzare questa rivendicazione significa sottendere che le donne, per parte loro, possono lavorare ottanta ore a settimana (è la media reale attuale), ma che gli uomini non potrebbero lavorare sessanta ore (questa sarebbe la media per uomini e donne, se gli uomini facessero la loro parte). Questo argomento incorpora implicitamente il desiderio di salvaguardare i privilegi maschili e assomiglia terribilmente all’argomento padronale secondo cui occorre moltiplicare per due i profitti prima che i salari siano moltiplicati per 1,3: “ti darò cinque soldi quando avrò dieci franchi”.

E poi fino a che punto, allo stato attuale delle cose, andrebbe ridotto il tempo di lavoro degli uomini? Bisognerebbe ridurlo a zero. Perché è soltanto da disoccupati che gli uomini fanno la loro metà di lavoro domestico. A essere realmente in gioco non è il tempo di lavoro degli uomini, ma il loro tempo libero – e quello nessuno vuole toccarlo. Qui si toccano i limiti della combattività delle donne e anche delle femministe. Ora, se le donne vogliono lavorare meno, bisognerà che gli uomini lavorino di più a casa – e questo indipendentemente dal tempo di lavoro salariato.

Che cosa rimane nella lista dei fattori che determinano quella che viene chiamata “non divisione dei compiti domestici”, su cui si può agire? Rimane ciò che pertiene alla sfera delle politiche pubbliche, ciò che è maggiormente sensibile all’azione politica. Dunque tre grandi ambiti: il sistema di protezione sociale (assicurazione malattia e pensioni), il sistema fiscale e l’insieme delle prestazioni sociali, che devono essere analizzati e corretti dal punto di vista del ruolo che svolgono nella conservazione del patriarcato.

Per il momento, lo Stato paga una parte del debito degli uomini. In effetti, lo Stato non diminuisce il carico di lavoro familiare delle donne, né il loro carico finanziario, ma rende possibile il lavoro retribuito delle donne sostituendo una parte del lavoro e del denaro che gli uomini dovrebbero fornire alle loro famiglie. Lo Stato permette un certo grado di indipendenza economica alle donne, un grado relativo, ma di un’importanza su cui non si potrebbe insistere troppo. Tuttavia, facendosi carico della parte degli uomini, lo Stato libera il loro tempo per il lavoro retribuito, per gli svaghi, per la creatività e per la televisione. Migliora anche il loro livello di vita, permettendo loro di avere due famiglie consecutive e di fare altri figli quando si risposano.

Ci si può chiedere, allora, se proporre più servizi e più prestazioni non equivalga a proporre che gli uomini siano ulteriormente deresponsabilizzati, ulteriormente sovvenzionati. D’altra parte, gli aiuti di Stato mettono alcune donne, anche se oggi sono poche, nelle condizioni di non dipendere da un uomo per allevare uno o più figli. Quindi come fare in modo che anche gli uomini si assumano la loro parte, senza imporre a nessuno la coabitazione, sia questa eterosessuale o omosessuale? Per le coppie che già convivono si potrebbe enunciare questa nuova regola: se gli uomini non vogliono fare la loro parte di lavoro familiare, allora devono pagarla, invece di farsela pagare dal resto della società.

Abbiamo visto che, in materia di salute e di pensione, i diritti delle donne sono in gran parte derivati. Ora, il modo abituale di porre la questione dei diritti delle donne non arriva alla radice del problema, che è lo sfruttamento patriarcale. Con l’appello ai diritti universali vengono proposte soluzioni che non fanno pagare i beneficiari dello sfruttamento, gli uomini. Queste soluzioni da una parte non modificano di una virgola i fattori strutturali grazie ai quali gli uomini sono nella condizione di approfittare del lavoro gratuito delle donne e, dall’altra parte, conservano o aggravano il carico della collettività. Avendo l’impressione di acconsentire a questi sacrifici per “provvedere alle donne”, la collettività gliela fa pagare. Ciò che potrebbe essere oggetto di una rivendicazione, non in sostituzione, ma a complemento di un sistema di protezione sociale fondato sull’universalità dei diritti, è la soppressione di tutti i vantaggi degli uomini che hanno una moglie casalinga […].

Bisognerebbe anche ripensare i sussidi e i servizi esistenti: sostituiscono il lavoro di chi? A chi servono? Chi dovrebbe fare quel lavoro? Chi dovrebbe pagarlo? Quando un servizio o una prestazione sostituiscono – in natura o in denaro – la parte degli uomini, allora quel servizio o quella prestazione non sono a vantaggio delle donne, per le quali si tratta di un gioco a somma zero. In compenso la società sovvenziona il tempo libero degli uomini, ma anche la loro disponibilità per il lavoro retribuito. Le donne pertanto pagano due volte, se non tre, queste prestazioni e questi servizi: pagano la parte non sovvenzionata (dei nidi, per esempio), pagano in lavoro familiare e pagano in discriminazione sul mercato del lavoro.

Oggi abbiamo conoscenze sufficienti sulla distribuzione dei compiti domestici nelle famiglie di ogni tipo: sappiamo quello che fanno le donne, sappiamo anche quello che gli uomini non fanno, in breve ne sappiamo abbastanza per mettere in campo un sistema per mezzo quale gli uomini che non faranno la loro parte saranno penalizzati finanziariamente.

In una fase in cui l’“ascensore sociale” non solo è in panne, specialmente per quanto riguarda i rapporti patriarcali, e in cui la situazione economica delle donne sul mercato del lavoro si deteriora a causa del neoliberalismo e della più generale controffensiva antifemminista in tutti i campi, qui si tratta soltanto di suggerire qualche proposta per rilanciare delle azioni rivendicative. Mi sembra importante riprendere l’iniziativa almeno in qualche ambito, quando in molti di questi, che si tratti di violenze o di mercato del lavoro, le poche conquiste di trent’anni di lotta femminista vengono rimesse in discussione, talvolta ferocemente, e le forze femministe in campo non riescono a impedire gravi sconfitte, subendo la demoralizzazione derivante dal fatto di trovarsi sulla difensiva.

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