Se il cervello va in vacanza

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Lisetta Carmi, I travestiti, 1965-71, fotografia. Collezione privata

Il cervello va in vacanza di solito sotto il sole, più o meno dalle dieci del mattino alle sedici del pomeriggio. Sulle spiagge affollate, con l’odore delle creme abbronzanti, dei corpi sudati e quello strano spleen e misantropia che ti viene se ti avvicini alle docce, che d’abitudine le trovi vicino ai bagni. Con i piedi che affossano nella sabbia rovente o sui sassi cocenti. Con il rumore dei racchettoni di legno per tutto il giorno. In autostrada in fila nel traffico, con la schiena sudicia e la camicia appicicata agli interni in pelle (perché così li desiderava da tanto tua moglie, la sua collega ce li ha già da parecchio).

Nei ristoranti zeppi di villeggianti, dove si viene ammessi solo hai prenotato l’anno passato prima di partire, e puoi gustare per pescato del giorno, gamberi del Madagascar fuori ogni misura immaginaria. Il cervello va in vacanza nell’aria condizionata degli aeroporti, con il tuo volo in ritardo e avevi appena litigato col tassista ladro, che quello non vedeva l’ora di fottere qualcuno, visto che ora gira più gente sta tutto bello ringalluzzito, dopo un anno che non aveva visto nessuno.

Il cervello va in vacanza anche quando ci viene quella smania fin da aprile, che ad agosto bisogna partire. Qualsiasi soggiorno si scelga si ci sente sempre sfigati, perché c’è sempre un altro che si è potuto permettere di più: tu stai in camera lui in suite, tu sull’asciugamano lui lettino, tu scogli lui barca. Il cervello va in vacanza quando arrivi e ti accorgi che la casa che hai prenotato non ha il wifi e inizi a smadonnare, i tuoi figli ti minacciano, chiedono di voler tornare a casa, «d’altra parte quelli sono nativi digitali» ti dice la madre, «no come quando eravamo ragazzi noi, ti ricordi giocavamo a frisbee…»

Il cervello va in vacanza solo se la foto che hai postato ieri in cui avevi quel drink colorato in mano, con ottanta metri di cannucce, in quel bar sulla spiaggia, al tramonto col il dj set, fa almeno 100 like. E dopo, al ritorno, dovresti veramente portare il tuo cervello in vacanza, a riposare, magari senza allontanarti dalla tua città, in una clinica psichiatrica.

Il punto è che noi siamo prodotti, e non persone! Quindi adatti al consumo, meglio se di massa. E il sistema si è organizzato affinché noi consumiamo. E siccome in Occidente un minimo di emancipazione l’abbiamo costruita, esistono le ferie. E allora che fai durante le ferie non consumi? No, vai consumare da qualche altra parte. Perché non è possibile che il capitale per un mese all’anno si fermi, come si fa per la pesca, per la caccia o i disboscamenti. Quindi per questo non è più un tuo piacere, ma un’esigenza, perciò anche chi perde il lavoro o finisce in cassa integrazione gli senti dire: non vedo l’ora di andare in vacanza quest’anno, sono proprio stanco, dopo tutto quello che mi è successo.

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