Tesi di laurea

La pratica della felicità è sovversiva

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Istubalz, What Appears Is Good (2021).

Porto San Giorgio, autunno 2015

La prima volta che sfoglio Scrittura e movimento mi trovo in una piccola biblioteca della provincia, l’unica che nel circondario lo possiede. È un titolo escluso dal prestito, e non mi sono premurato di controllare questa cosa in anticipo: così, essendo arrivato tardi, devo leggerlo tutto d’un fiato.

È forse per la paura di non fare in tempo per la chiusura della sala consultazioni, oppure per il fatto che stanno spegnendo le luci mentre finisco di scorrere le ultime pagine: esco dalla biblioteca con addosso un senso di allegria, che, devo dire, mi sta accompagnando spesso durante questo periodo di ricerche per la mia tesi di laurea su «A/traverso», rivista principe del movimento del Settantasette, fondata da Franco Berardi. Detto Bifo.

Più probabilmente, però, in questo caso specifico l’allegria deriva dalla conoscenza del contesto esistenziale e storico, privato e collettivo, in cui questo libro è nato. Da qualche giorno, infatti, ho letto alcune interviste di Bifo al riguardo, apprendendo che Scrittura e movimento è stato concepito inizialmente come la sua, di tesi di laurea.

Bologna, autunno 1970

Bifo ha vent’anni ancora per qualche giorno. Fa parte del Collettivo di Filosofia all’Alma Mater ed è uno dei punti di riferimento di Potere operaio a Bologna. Da un po’ di tempo, però, la svolta massimalista intrapresa dal gruppo extraparlamentare lo ha portato a distaccarsi da Negri e dagli altri. La sua visione è meno rigida, più legata all’anarco-sindacalismo à la Wobblies: la via da percorrere rimane quella spontaneista, per Bifo. E su questa questione non cambierà mai idea.

Nonostante la divergenza di vedute, i suoi rapporti coi militanti di Po a Bologna non si sono interrotti del tutto. È dunque normale che in una giornata d’ottobre raggiunga un corteo organizzato con l’obiettivo di occupare una scuola. Ciò che non sa ancora, Bifo, è che il servizio d’ordine ha anche intenzione di sfondare le protezioni con la forza, ma a volto coperto.

Si ritrova in mezzo a una colluttazione con la polizia, unico identificato perché senza passamontagna, e unico accusato di lesioni a pubblico ufficiale. È costretto a scappare da Bologna e ad assecondare le bizze del destino coi morbidi slalom della latitanza: «uno sport abbastanza facile» all’inizio dei Settanta, dirà anni dopo.

Milano, autunno 1970

Una Citroën DS imbocca l’uscita della città.

Dodici dicembre, un anno esatto dalla strage di stato. Nel corso di una manifestazione convocata per la ricorrenza, i carabinieri hanno ucciso un militante comunista sparando lacrimogeni ad altezza uomo: Saverio Saltarelli, ventitré anni.

Alla guida della macchina sta un uomo elegante, quasi altero, sciarpa di lana amaranto, loden grigio scuro a coprire una giacca. Accanto a lui una donna, caschetto biondo e occhiali. Fanno entrambi parte di Potere operaio e stanno tornando da casa di Oreste Scalzone. Il terzo passeggero, seduto sui posteriori, è Bifo, costretto ad andarsene da Milano a causa della situazione ormai un po’ troppo tesa. Guarda dal finestrino i contorni della città farsi molli. Forse sospira.

Bologna, inverno 2016

Sono nervoso quando suono il campanello con scritto il suo nome, quello esteso, nessuna traccia del nomignolo con cui lo chiamano tutti fin dai tempi dell’adolescenza.

Mi accoglie con cordialità ma anche con una certa fermezza amichevole; andiamo subito nello studio che ho già visto in molte delle interviste in rete. È luminoso e profumato d’incenso. Così mi sembra. Riconosco una statuetta di Mao, piazzata vicino al primo modello Macintosh, e sulla scrivania, consunto, lo Spinoza di Negri.

L’intervista mi serve per chiudere la tesi. La tesi. La tesi. La tesi. La TESI. La T E S I. Penso solo alla tesi da settembre e anche adesso. La tesi su «A/traverso». Su un giornale nato per non farsi prendere, per sputare sulla letteratura istituzionale, per farsene gioco in tutti i sensi. Il maodadaismo. La tesi su quelli di non esisterà uno storico che ci racconterà. Confrontarmi con questo paradosso, confrontarmi con chi forse mi avrebbe riso in faccia, quarant’anni prima, se gli avessi detto che volevo fare un elaborato sul suo periodico prodotto in casa, e anche l’analisi stilistica delle poesie che vi si trovano dentro.

Vado allora con le domande che mi sono preparato. La nascita della rivista, la barra che spacca il titolo in due, l’autonomia operaia, la grafica punk, il movimento del Settantasette, il rapporto con Burroughs, l’avanguardia di massa, Deleuze e Guattari (Guattari soprattutto), Eco e Calvesi, Radio Alice, la traversata del deserto, il postmoderno, il cyber e gli anni Ottanta. Cerco di registrare tutto anche se davanti a lui mi sto intimorendo e spesso perdo il filo. Voglio dire: sono abituato a confrontarmi solo con autori praticamente estinti. Le loro parole ferme su carta o continuamente riavvolgibili dal replay di rari video in bianco e nero. Ora qui, davanti a me, sta chi ha scritto le parole di cui voglio parlare. E, almeno per ora, non mi sta ridendo in faccia.

Arriva una chiamata al telefono di casa, mi chiede scusa un attimo ah ciao Nanni sì sì sì lo mando presto il pezzo ad Andrea digli di non preoccuparsi. Riattacca dopo poco e mi fa ma per caso Balestrini lo conosci?

Roma, inverno 1971

Agli ospiti più intimi della casa di via Banchi Vecchi viene presentato ironicamente, ma non troppo, come il latitante. Ha una stanza per sé, e lì si dedica alla stesura della sua tesi di laurea in estetica. Scrive in fretta, è abituato. D’altronde ha già pubblicato un libro, Contro il lavoro, e anche dei romanzi erotici sotto pseudonimo.

Raccoglie idee, butta giù appunti. Ogni tanto torna a Bologna per consultarsi col suo relatore, Luciano Anceschi. Si incontrano di soppiatto, in luoghi prestabiliti da un terzo che fa da tramite. Il professore prova un certo compiacimento per queste sortite clandestine, pare che lo divertano. E poi il candidato, bisogna ammetterlo, promette bene.

Bifo scrive in fretta anche perché si trova nella migliore condizione per le sue ricerche, pur non potendo frequentare nessuna biblioteca. È infatti imboscato a casa di uno degli autori di cui si sta occupando nella sua tesi. Nanni Balestrini. Novissimo, peso massimo del Gruppo 63 e di «Quindici», collaboratore stretto di Feltrinelli.

Anche questa sera i due si sono messi a parlare; Bifo gli fa domande quasi si trattasse di un’intervista. C’è odore d’incenso, nel salotto. O così sembra al ragazzo. La chiacchierata è vivace, fra poco si metterà alla macchina da scrivere fino a notte alta.

Un’idea principale guida le dita (non tutte, due sono inarcate, intente a trattenere una sigaretta) sui tasti della macchina. È necessario prendere consapevolezza della trasformazione del ruolo dell’intellettuale all’interno della società capitalista. Questa figura, infatti, non è più da intendersi come esterna al ciclo di produzione e riproduzione del capitale in virtù del suo lavoro privilegiato, del suo lavoro astratto, ma anzi come il vero perno su cui il capitale stesso, nell’epoca contemporanea, poggia.

(L’argomentare segue uno stile rigido, ancora vicino al gergo marxista – la scoperta di Guattari avverrà tra tre anni, quando al servizio militare cercherà di farsi congedare comportandosi un po’ da pazzo).

È occorsa una progressiva proletarizzazione del lavoro intellettuale, secondo Bifo: sia perché la scuola superiore e l’università si sono massificate, sia soprattutto perché i processi di produzione sono sempre più dipendenti dalla tecnologia. Quest’ultima, è facile comprenderlo, è figlia della ricerca, della scoperta, dell’astrazione compiute da uomini e donne che vengono poi sottratti dei risultati raggiunti grazie al loro sapere. Sussunzione del general intellect: così la chiamano quelli che hanno letto i Grundrisse di Marx e gli scritti di Krahl. «Sottomissione della conoscenza», invece, la definirà fra quasi cinquant’anni il ragazzo che ora si sta portando la sigaretta alle labbra, in un libro che sarà molto letto dalle generazioni che nasceranno tra gli Ottanta e i Novanta.

Il capitale ha interesse ad alimentare questa conoscenza, ma la imbriglia costantemente nella trappola del valore. La potenza di liberazione intrinseca nella tecnologia viene così neutralizzata prima che possa incrinare l’ordine economico-produttivo vigente e cancellare, una volta per sempre, il ricatto salariale. È infatti indubbio che il progresso scientifico e tecnologico, se dispiegato in favore dei lavoratori, contribuirebbe a un miglioramento della loro condizione, esentandoli da molte fatiche fisiche ma anche da orari troppo lunghi, che non gli permettono di vivere appieno il loro tempo di vita. L’unica cosa, appunta Bifo, che ci appartiene davvero, e su cui possiamo davvero decidere.

E l’estetica che cosa c’entra con questo. Ovviamente tutto, o almeno quasi tutto, dal momento che a venire sussunto non è soltanto il lavoro intellettuale relativo all’ambito tecnico-scientifico propriamente inteso, ma anche tutto ciò che viene prodotto da coloro che, solitamente, vengono definiti, o si definiscono, artisti.

Mentre continua a fumare, Bifo sta scrivendo che, per la prima volta nella storia, gli artisti condividono la stessa condizione degli operai. Per la prima volta nella storia (la fine dei Sessanta, l’era della estrema riproducibilità tecnica di qualunque cosa) proprio la società capitalistica sta cancellando qualsiasi separazione tra «intellettuale» e «popolo» (per usare vecchie categorie per una vecchia questione, più o meno vecchia quanto il buon vecchio comunismo stesso). Essi fanno parte in egual maniera del processo di valorizzazione messo in atto dal capitale. Essi si misurano parimenti con codici spacciati come immutabili e che riperpetuano di continuo il mondo per come è, senza alternative. Non c’è aura o aureola baudelairiana (anche se perduta tra la melma parigina) che tengano. Sparite proprio.

Una sola differenza, ma solo superficiale, permane. I prodotti degli artisti hanno a che fare con l’immaginario. Ossia con la dimensione dell’estetico e del sensibile. Questo non significa certo che tale dimensione sia immune dall’assedio del capitale: è comunque messa a valore, o piegata alla sua riproduzione continua. Risiede qui, secondo Bifo, il grande errore in cui sono occorse le avanguardie storiche. Il loro gradiente eversivo si è limitato a stupire il borghese, poiché esse, addirittura il dadaismo, non si sono mai sporte al di fuori del recinto, per loro ancora protettivo, esclusivo e astratto, dell’arte. Gli avanguardisti si sono sentiti investiti di una sorta di missione: quella di irrompere, provocare, oltrepassare i limiti imposti dalla società moderna; tuttavia, questa stessa missione si è consumata tutta nell’utopia, non trasformandosi in una prassi davvero rivoluzionaria.

Un passo più oltre è stato fatto dalla neoavanguardia, anche in questo caso senza risultati concreti. La neoavanguardia dei Sessanta ha compreso l’impossibilità di smarcarsi dall’ordine del discorso della società capitalistica, e anzi in che modo quest’ordine riproduca in continuazione l’universo esistente. I componenti della neoavanguardia hanno centrato il punto, pur arrestandosi alla semplice astrazione teorica o soltanto letteraria: si tratta, in fondo, di una questione di linguaggio. E il linguaggio non è soltanto uno strumento comunicativo; è piuttosto il filtro, la forma, o meglio il codice con cui interpretiamo, costruiamo e gestiamo tutto ciò che ci circonda e che a volte chiamiamo vita.

In una stanza accanto a quella di Bifo, in questa medesima ora della notte, l’elegante scrittore sta correggendo le bozze di un romanzo che di lì a qualche settimana troverà la luce per Feltrinelli. Di questo libro, Vogliamo tutto, sempre nella sua tesi Bifo scriverà che rappresenta l’unico tentativo di fare della scrittura una pratica (in senso materialista) di sabotaggio della realtà. Tale scrittura, in quanto inserita nel processo stesso di trasformazione del movimento operaio, non cerca di imitare neorealisticamente la voce di quest’ultimo, ma anzi partecipa della sua forza eversiva, capace di sabotare ogni codice e di rifondarlo.

Così concluderà, qualche mese dopo: «La scrittura non è né specchio né macchina; è una pratica, e a costituirla è il movimento. Il movimento del lavoro contro il lavoro, del comunismo contro lo Stato. Di questo movimento il lavoro intellettuale proletarizzato è parte, e la scrittura si forma nello spazio materiale della lotta».

Macerata, estate 2016

Apro la mail. Ha risposto al mio messaggio di ringraziamento per l’intervista. Mi scrive di mandargli la tesi, sarebbe curioso di leggerla. Ancora non so che lo farà davvero e che lo farà leggere anche a Sergio, il protagonista de Gli invisibili.

Bologna, estate 2018

Sta dando l’ultima scorsa alla traduzione italiana di un suo libro uscito da un paio di anni. A un certo punto Bifo rilegge le sue parole:

«Nel 1968, la solidarietà tra operai e studenti non fu solo l’effetto di una scelta ideologica, ma anche l’allineamento di due soggetti sociali che condividevano una stessa possibilità. Gli operai industriali si battevano per la riduzione del tempo di lavoro, mentre gli studenti erano i portatori della potenza intellettuale del lavoro cognitivo, che a sua volta annunciava la possibilità tecnica dell’emancipazione dalla schiavitù del lavoro fisico. L’alleanza tra rifiuto del lavoro e innovazione tecnologica preparò il terreno alla rivoluzione digitale e alla sostituzione del lavoro industriale con le macchine informatiche. Tuttavia, questo processo si interruppe e fu deviato verso la forma finanziaria del semiocapitalismo».

Ripensa a una notte a casa di Balestrini, a quando era ragazzo, e al fatto che già fosse tutto contenuto in quella sua tesi di laurea così spigolosamente marxista: la manomissione del codice, in una società interamente fondata sui segni, sullo sfruttamento di algoritmi e di dati, resta ancora l’unica via per riprogrammare la macchina del mondo.

Bologna, autunno 1971

Soltanto un professore della commissione si è rifiutato di presenziare alla proclamazione di un latitante. Poco male, perché la seduta di laurea è stata organizzata dal relatore in modo che il nome dello studente Berardi Francesco non compaia in nessun documento ad eccezione del registro ufficiale. Ora Anceschi abbraccia soddisfatto Bifo, che già deve fuggire via col suo centodieci.

Torino, primavera 1973

È alla finestra della casa che condivide con la sua compagna, Claudia. Sente un frastuono tremendo dalla strada. È un corteo di operai di Mirafiori che stanno scioperando con delle fascette rosse in testa, battendo latte e pronunciando parole senza alcun significato. Sembrano felici. Rifiuto dell’ordine del lavoro, rifiuto dell’ordine del discorso. Rottura di tutti i codici, ridefinizione dei contorni della realtà. La scrittura è anche questo; un processo di riappropriazione e di ricostruzione del perimetro del mondo.

Ha un’idea per l’introduzione a Scrittura e movimento, il libro che Balestrini farà pubblicare per Marsilio, collana Collettivo. Intanto appunta su un foglio: «La pratica della felicità è sovversiva».

Macerata, primavera 2016

Guardo la tesi sopra la scrivania della commissione, chiusa, riposta insieme alle altre di quelli che stanno aspettando il loro turno. Mentre mi volto verso i miei amici, forse sospiro.

Ad aspettarci fuori, adesso, c’è il primo sole di aprile.

Fonti

Franco Berardi Bifo, Scrittura e movimento, postfazione di N. Martino, ombre corte, 2021.
Franco Berardi Bifo, Futurabilità, Nero, 2018.
Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti (a cura di), Gli autonomi, III. Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, 2008.
Sergio Bianchi (a cura di), Nanni Balestrini: mille piani, DeriveApprodi, 2021.
Gudo Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero (a cura di), Gli operaisti, DeriveApprodi, 2005.
Nicholas Ciuferri, Franco Bifo Berardi in movimento. 1964-1978, UniversItalia, Roma, 2016.
Aldo Grandi, Insurrezione armata, Rizzoli, 2005.

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